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Nei libri e nei documenti della Biblioteca Civica A. Mai

Bergamo – Biblioteca Civica Angelo Mai – Atrio scamozziano

6 maggio – 14 luglio 2017
lunedì – venerdì: 8.45 – 17.30 | sabato: 8.45 – 13.00

Inaugurazione sabato 6 maggio, ore 10.30

 

Per la Riforma protestante, che si fondò sul libro della Bibbia come assoluta regola di fede, e che si giovò della stampa a caratteri mobili nella diffusione delle nuove dottrine, il libro e la lettura individuale assunsero notevole importanza. Nell’anno delle Celebrazioni per il Quinto Centenario della Riforma, la Biblioteca Civica ha allestito questa mostra per illustrare, per quanto glielo consentono le sue ricche collezioni, ciò che il libro ha rappresentato per il Protestantesimo.
Alcune edizioni di cultura protestante qui esposte sono di assoluta rarità non solo per l’Italia ma anche per l’area riformata Tra queste edizioni, quelle di due autori bergamaschi esuli per fede nel Cinquecento: del teologo Girolamo Zanchi, che fu celebre professore di teologia all’Università di Heidelberg, e del medico Guglielmo Grataroli, decano della Facoltà di medicina di Basilea e autore di fortunati opuscoli di divulgazione medica. La Biblioteca conserva inoltre una notevole raccolta di edizioni bibliche del XVI secolo. Alcune testimoniano l’impressionante lavoro filologico e linguistico compiuto da biblisti di cultura riformata con la pubblicazione dei testi originali ebraico e greco Non mancano edizioni della Bibbia tradotta nelle lingue parlate. Qui esposta è la famosa Bibbia in italiano di Antonio Brucioli, Venezia 1532, tra i libri più letti dagli italiani che furono inquisiti per eresia.
La Chiesa di Roma reagì al dilagare di opere di tendenza riformata con la pubblicazione di Indici di libri proibiti, di contenuto non solo religioso ma anche letterario e scientifico. Nonostante questo preventivo controllo della stampa, i libri comunque circolarono e furono letti in Italia e anche a Bergamo, se pure in misura assai limitata. Alcuni di questi libri sono in seguito finiti in Biblioteca. Una selezione è esposta in mostra con l’utile indicazione, quando espressa, degli antichi possessori. La mostra ha quindi anche la finalità di testimoniare un interessante fatto di cultura: il permanere, pure in momenti di divieti e di censure, della caparbia volontà e della passione per la cultura di lettori curiosi, esigenti, liberi.

Origine e primi sviluppi della Riforma protestante:  Martin Lutero a Wittenberg

La protesta di Lutero, che ebbe una vasta risonanza nei primi decenni del Cinquecento, da lungo tempo maturava nella coscienza della cristianità occidentale. Avevano auspicato una riforma della Chiesa i movimenti apocalittici e pauperistici del XII secolo, Wicliff in Inghilterra, Huss in Boemia, Savonarola in Italia, le correnti mistiche contrarie ad ogni formalismo religioso, le tendenze conciliariste del XV secolo, da ultimo umanisti, tra loro Erasmo, che criticavano la Chiesa mondanizzata dell’età rinascimentale contrapponendole la semplicità della Chiesa primitiva. Il frate agostiniano Martin Lutero, con la sua teologia della grazia e della giustificazione per sola fede, conferì a passate e spesso contrastanti aspirazioni nuovo e coerente senso teologico e forza persuasiva. La dura opposizione del papato lo fece riformatore. Rispetto al passato il movimento avviato da Lutero poté godere di due propizie circostanze: la stampa a caratteri mobili favorì un’ampia e veloce diffusione delle nuove dottrine; il consolidarsi dei principati territoriali e lo sviluppo di città indipendenti crearono condizioni politiche consone a un movimento religioso che negava il primato di un’autorità centrale, unica e lontana. Si indica il 1517 come l’anno in cui la Riforma prese avvio con la pubblicazione delle famose 95 Tesi. Si obbietta che a quella data il monaco sassone era ben lungi dal rompere col papato. C’è tuttavia un fondo di verità nella data del 31 ottobre 1517. Fu infatti a partire dalla pubbliaczione delle Tesi sulle indulgenze, che legavano temi teologici a istanze sociali molto sentite in Germania, che divamparono polemiche e dispute da cui emerse e si affinò un nuovo modo di concepire la fede cristiana e la Chiesa. La Biblioteca non possiede nulla in originale dei primi passi della Riforma. Ma un caso singolare e beffardo ha voluto che in uno scritto bergamasco del Seicento duramente polemico verso Lutero si sia conservato un ottimo ritratto inciso del riformatore e della moglie Katharina von Bora; mentre nel volume Civitates Orbis Terrarum, Colonia 1572, ammiriamo una bella incisione colorata della città di Wittenberg, dove Lutero insegnò e operò per tutta la vita.

La Bibbia, regola di fede per la riforma, edita nel testo originale e tradotta per il popolo

Lutero fu progressivamente liberato dal desolante senso di disperazione circa la possibilità della propria salvezza dallo studio e dalla meditazione della Scrittura. Essa gli rivelò non un Dio terribile giustiziere ma padre misericordioso nell’evento dell’Evangelo e della croce di Gesù Cristo. Questa rivelazione, tutta basata sulla Scrittura, liberò la teologia di Lutero dalle genericità e dagli astrattismi in cui era caduta la tarda teologia scolastica medievale. Non è quindi esagerato dire che Lutero ebbe, durante tutta la sua vita, un’unica passione, la Bibbia, sentita come percezione viva della Parola di Dio cui abbandonarsi con fiducia. Partendo da tale convinzione, Lutero e tutti i riformatori hanno sintetizzato la teologia e l’ecclesiologia del Protestantesimo nella lapidaria espressione sola scriptura, che intesero nel suo duplice senso: nel primo, che la Parola di Dio si esplica da sé con la testimonianza dello Spirito e non ha bisogno di giudizi umani; nel secondo senso, che la Parola di Dio è la sola regola di fede del cristiano e che, di conseguenza, solo su di essa la Chiesa va riformata nel culto, nella predicazione, nella pastorale, nella disciplina.
Nel conferire tale primato alla Scrittura, non fu estranea a Lutero e ai primi riformatori, molti dei quali provenivano da studi umanistici, la illuminante riscoperta operata dall’Umanesimo delle fonti originali della cultura occidentale, rilette con occhi nuovi su testi corretti e affidabili. Ciò valse per gli autori classici e per il testo biblico, riscoperto ed edito nell’originale ebraico e greco. Basilea fu per decenni il principale centro europeo di editoria biblica. Erasmo nel 1516 vi pubblicò il Nuovo Testamento greco, tappa fondamentale nell’aggiornamento degli studi biblici. Al lavoro editoriale di biblisti filologi, si accompagnò negli ambienti evangelici e nei paesi riformati quello della traduzione della Bibbia nelle lingue parlate. L’esempio lo diede Lutero nel 1522 con la pubblicazione del Nuovo Testamento in tedesco, cui subito seguirono una traduzione in francese nel 1523 dell’umanista Le Fèvre d’Etaples, in olandese nel 1524 di Cornelis Heyrickx, in inglese nel 1525 di William Tyndale.

La Riforma nelle città libere e repubblicane per opera di Bucer, Zwingli, Calvino

Nel volgere di pochi anni gli scritti di Lutero si diffusero in molte regioni e città europee; erano letti anche in Italia già nel 1519. Ma le nuove idee per volgersi in concrete riforme ebbero bisogno della parola e dell’azione di forti personalità dotate di senso religioso e di accorta diplomazia; ebbero bisogno soprattutto dell’appoggio politico dei prìncipi territoriali in Germania e dei Consigli municipali nelle città libere. Fu proprio in molte città della Germania meridionale e della Svizzera che la Riforma, adottata con decreti municipali, ebbe più immediato successo. Predicata da Martin Bucer, che aveva personalmente conosciuto Lutero, venne ufficialmente introdotta a Strasburgo nel 1524. A Zurigo Huldrich Zwingli, abolita la Messa, celebrò per la prima volta la Cena il 13 aprile 1525. Dopo tentennamenti e contrasti la Riforma fu decretata a Basilea l’1 aprile 1529, e pochi giorni dopo Erasmo lasciò la città. Il Consiglio approvò la Riforma a Ginevra il 31 ottobre 1536. Le confessioni di fede di queste città in parte divergevano dalla teologia di Lutero, in particolare sulla dottrina eucaristica. La rottura si consumò al Colloquio di Marburgo del 1529 dove Lutero sostenne che nel sacramento vi era la presenza reale del corpo e sangue di Cristo, mentre per Zwingli si trattava di una presenza puramente simbolica. Da allora si cominciò a distinguere, come ancora si fa oggi, tra chiese luterane e chiese riformate.
Rilegati in un volume da Samuel Pellikan, figlio dell’ebraista Conrad Pellikan, collaboratore di Zwingli a Zurigo, la Biblioteca possiede i catechismi, editi in latino, delle città di Ginevra (1538), di Zurigo (1525ca.), di Basilea (1544), e dell’esule italiano Celio Secondo Curione docente all’Università di Basilea (1549); mentre di Giovanni Calvino, il più noto e influente riformatore dopo Lutero, possiede il commento alla prima Lettera ai Corinzi, pubblicato nel 1546, ma tenuto alla Scuola di Strasburgo negli anni 1539-40, quando Calvino era pastore della comunità dei rifugiati francesi nella città alsaziana, nella quale attuò, prima ancora che a Ginevra, la sua concezione di Chiesa locale come comunità di eletti, fondata sulla Scrittura, concorde e rigorosamente disciplinata.

Venezia, la Bibbia in italiano di Antonio Brucioli (1532), il caso di Bergamo

Venezia, repubblicana e mercantile, fu nei primi decenni piuttosto tollerante nei confronti delle nuove idee giunte d’Oltralpe. Questa tolleranza durò sino al 1547, quando i prìncipi protestanti furono sconfitti dall’imperatore Carlo V nella battaglia di Mühlberg, che segnò una battuta d’arresto all’espansione della Riforma, e a Venezia una svolta nei confronti dei dissidenti. Nel 1532 era intanto uscita nella città lagunare la Bibbia in italiano del fiorentino Antonio Brucioli, bandito da Firenze con l’accusa di essere luterano. La Bibbia di Brucioli, messa all’Indice nel 1559, fu la versione più letta tra gli evangelici italiani sparsi per l’Europa fino alla comparsa della traduzione di Giovanni Diodati nel 1607. L’esemplare posseduto dalla Biblioteca è eccezionalmente integro: esemplari conservati in altre biblioteche italiane o mancano del frontespizio o dell’Introduzione o delle silografie di evidente satira antipapista che compaiono all’Apocalisse.
A Bergamo già nel 1524 circolavano libri di Lutero. Ma il primo drastico provvedimento fu preso nel 1539 con l’emanazione da parte dell’autorità ecclesiastica di un elenco di autori le cui opere non potevano essere né tenute né vendute dai librai pena la scomunica. Casi di eterodossia si ebbero in Città e nel territorio, in particolare nei villaggi di Ardesio e Gromo, negli anni 1536-1556. Nel marzo del 1551 anche il vescovo di Bergamo Vittore Soranzo finì a Roma sotto processo con l’accusa di luteranesimo. Dopo aver abiurato ed essere stato rimesso nel suo ufficio nel 1554, fu nuovamente processato e condannato nel 1558.
Nel 1551 due bergamaschi lasciarono l’Italia per motivi di fede; non furono i soli ma sicuramnente i più noti, e le cui opere sono conservate in questa Biblioteca: il medico Gugliemo Grataroli (1516-1568) si stabilì con la moglie Barbara Nicoli a Ginevra, dove pubblicò fortunati opuscoli di medicina pratica e fu decano della Facoltà di medicina; mentre il canonico regolare Girolamo Zanchi (1516-1590), dopo aver insegnato a Strasburgo ed essere stato per alcuni anni pastore a Chiavenna, divenne celebre professore all’Università di Heidelberg, ammirato e ascoltato teologo dell’ortodossia riformata.

La reazione della Chiesa di Roma con l’istituzione dell’Indice dei libri proibiti

La riforma protestante, già nei primissimi tempi, vide nella stampa a caratteri mobili un formidabile mezzo di diffusione delle nuove idee anche mediante opuscoli, manifesti, caricature, disegni satirici antipapisti. La Bibbia e le idee di Lutero, grazie a questo mezzo, si diffusero presto anche tradotte nelle varie lingue europee. Naturalmente anche il fronte cattolico fece ampio uso della stampa per sostenere e diffondere le proprie posizioni, ma volle anche porre un freno al dilagare delle idee riformate con forti restrizioni alla lettura di libri imponendo l’imprimatur e istituendo l’Indice dei libri proibiti, ovvero la periodica pubblicazione di un elenco di opere che era vietato possedere e leggere. La Chiesa di Roma pubblicò il primo Indice nel 1559, ma già ne erano stati prodotti in precedenza presso alcune università. Nei secoli successivi si succedettero moltissime ristampe e edizioni aggiornate fino alla sua definitiva abolizione nel 1966.
Gli Indici contengono elenchi di autori, opere, ma anche generi filosofici o letterari: canzoni disoneste o lascive, commedie, dialoghi, madrigali, facezie, lettere amorose, libri dei sogni, opere d’argomento religioso in versi. Diversi autori, come i riformatori, erano vietati per tutte le loro opere. Ad un secondo livello troviamo gli autori dei quali alcune opere erano vietate, altre ammesse: è il caso di Dante Alighieri e Erasmo da Rotterdam. Al terzo livello troviamo le opere anonime, comunque vietate perché giudicate intrinsecamente sospette. Venivano inseriti anche stampatori e luoghi di stampa proibiti, specialmente di area riformata. Nel 1562 il Concilio di Trento concesse anche la possibilità di ripubblicare alcune opere a condizione che si procedesse all’eliminazione o sostituzione di alcune parti di testo: si parla di libri proibiti «donec expurgentur» o «donec corrigatur». Le edizioni corrette furono proposte, in realtà, piuttosto raramente. L’Indice lasciò zone di ambiguità e la sua applicazione rimase teorica. La conseguenza fu una maggiore opportunità per editori e stampatori in terra riformata: si crearono formidabili poli di attrazione come Ginevra, Basilea, Amsterdam e Leida.

La cultura filosofica, letteraria e scientifica nell’editoria delle città protestanti

Le città europee interessate dalla Riforma protestante videro un’attività editoriale molto fiorente non solo in ambito religioso, ma anche in tutte le altre discipline umanistiche e scientifiche.
Le proibizioni della Chiesa di Roma nei confronti di autori e opere diedero un’ulteriore spinta all’editoria: gli editori protestanti prendevano spunto dall’Indice dei libri proibiti per proporre riedizioni di opere di sicuro successo destinate anche al mercato clandestino in terra cattolica e orientando l’editoria verso tendenze eterodosse, libertine e innovatrici: le case editrici diventarono spesso punti di riferimento cosmopoliti per scrittori, traduttori, curatori, bibliofili e mercanti. Molte le opere di autori famosi che finirono all’Indice per periodi più o meno lunghi e che furono puntualmente riproposte dagli editori protestanti. Pensiamo a opere letterarie come il De monarchia di Dante, il Decameron di Boccaccio e Il principe di Machiavelli, alle opere filosofiche di Cartesio, Bacone e Pascal, alle opere storiche di Paolo Sarpi, alla Bibliotheca collecta di Conrad Gesner considerata il primo repertorio bibliografico moderno. Nel settore scientifico la produzione editoriale aiutò innanzitutto gli stessi scienziati nelle loro ricerche in quanto poterono consultare molti più scritti in tempi brevi. È il caso di Niccolò Copernico che poté mettere più facilmente a confronto, rispetto agli astronomi delle generazioni precedenti, i dati raccolti nel corso di svariati secoli a partire dagli alessandrini e dagli arabi medievali. Numerose le proposte di opere dei grandi scienziati del tempo (Vesalio, Galileo, Newton), con un’ulteriore accelerazione dopo che la Chiesa di Roma mise al bando, nel 1616, proprio la teoria copernicana dell’eliocentrismo già nota dal 1543 con l’opera De revolutionibus orbium coelestium.
In Italia viceversa censure e autocensure limitarono le pubblicazioni scientifiche: «per gli studiosi italiani il ‘libro della natura’ non era aperto all’osservazione, ma era sottoposto a espurgazioni, e vaste distese erano dichiarate proibite. Le biblioteche furono saccheggiate e gli stampatori imprigionati. La paura della persecuzione produsse un tipo di auto-censura diverso da quello imposto ai membri della Royal Society, che dovevano evitare politica e teologia ma potevano vagare liberamente all’interno della natura» (Elizabeth L. Eisenstein, 1995).

Mostra e testi a cura di
Giulio Orazio Bravi e Marcello Eynard
con la collaborazione di
Maria Elisanetta Manca

Un progetto di
Comune di Bergamo
Giorgio Gori, Sindaco
Nadia Ghisalberti, Assessore alla Cultura
Massimo Chizzolini, Dirigente Area Servizi ai Cittadini
Biblioteca Civica Angelo Mai
Maria Elisabetta Manca, Responsabile

Progetto grafico: Dario Carta