biblioteca_mai Nessun commento

Bergamo – Biblioteca Civica Angelo Mai, Atrio scamozziano
Piazza Vecchia, Città Alta

22 settembre – 2 dicembre 2017

Presentazione venerdì 22 settembre, ore 18.00

 

Dell’ammogliarsi. Piacevole contesa fra i due moderni Tassi, Hercole, cioè, & Torquato, gentilhuomini bergamaschi

Ripercorrendo questa disputa ‘famigliare’, la Mostra Tassiana 2017 vuole offrire uno sguardo su Ercole Tasso, raffinato intellettuale nella Bergamo di fine Cinquecento e fiore all’occhiello delle edizioni di Comin Ventura, collocandolo nel vasto albero genealogico della famiglia Tasso.

Torquato ed Ercole Tasso, la famiglia e il matrimonio

«Molto magnifico signor parente, io prima intesi che avevate presa moglie, e poi vidi una vostra scrittura nella quale biasimate non solamente le donne, ma il maritarsi».

Così esordisce la lettera di Torquato Tasso in risposta al cugino bergamasco Ercole, il parente “filosofo” che si era sposato con Lelia Agosti e che, ciò malgrado, aveva composto il suo discorso anti-matrimoniale per inviarlo al poeta, rinchiuso nel carcere di Ferrara, nel settembre del 1585. La Mostra tassiana 2017 vuole dunque rendere omaggio sia alla figura di Ercole e al tema della famiglia in generale, frutto del matrimonio ed argomento della disputa fra i due cugini, sia alla famiglia Tasso in particolare, nota nel mondo tanto per aver fondato il moderno sistema postale, quanto per aver dato i natali al grande autore della Gerusalemme Liberata. Nello scenario culturale della Bergamo di fine Cinquecento, in cui fioriva l’impresa tipografica di Comin Ventura che si era ben presto guadagnato un ruolo primario nell’editoria italiana anche grazie alla stampa di alcuni libri tassiani, Ercole si distingue per la raffinatezza del suo gusto letterario, oltreché per la vastità dei propri interessi e della propria erudizione. Libro di indubbio pregio per le squisite incisioni che accompagnano il testo, è quello delle Poesie dedicate da Ercole a Virginia Bianchi; un’opera di complessa struttura cabalistica e vero e proprio monumento dell’“impresisitica”: l’arte di combinare armoniosamente immagini e motti a un pensiero o a un progetto di vita. Seguendo il filo delle “imprese”, la mostra illustra infine l’araldica dei Tasso, attraverso lo stemma della famiglia con il quale anche Torquato aveva fregiato molte delle sue lettere autografe, conservate, in parte, anche presso la Biblioteca Civica.

Ercole Tasso, 1540-1613

Più volte onorato di pubblici incarichi e ambascerie dalla città, letterato di vasta cultura, amico caro ai migliori del tempo suo, egli fu autore di non indegne poesie e prose, e fu chiamato «il filosofo», più che per opere di filosofia, per il suo temperamento riflessivo e pensoso, per cui doveva essergli singolarmente cara quella sua casa sulla strada di Seriate che porta ancora l’iscrizione VILLULA HERC. TASSI, PHIL. Ercole Tasso scrisse un Trattato della realtà et perfetione delle imprese (Bergamo, 1612), dedicato al cardinale Giustiniani, e ancora non privo di interesse per gli studi araldici; scrisse inoltre il Confortatore, ragionamenti a conforto di un morente, e finalmente Virginia, ovvero «Della dea dei nostri tempi per dimostrare al mondo che la molto illustre signora Virginia Bianchi sia dea et dea somma et non già donna, come falsamente è creduta». Basterebbe già il titolo di quest’opera per dimostrare come ormai, con Ercole Tasso, anche le lettere bergamasche fossero entrate nello spirito del Seicento: ma ad essa si aggiunge una sua curiosa declamazione contro il matrimonio, che provocò la cordiale polemica di Torquato, il quale invece difese l’istituzione: polemica pubblicata da Comino Ventura (1606) col titolo: Dell’ammogliarsi, piacevole contesa fra i due moderni Tassi, Hercole, cioè, e Torquato, Gentiluomini Bergamaschi. Quegli dando a vedere la infelicità de’ maritati; et Questi all’incontro che beati siano dimostrando. È però notevole che, nonostante la declamazione, Ercole Tasso sposò Lelia, figlia di Giovanni Battista Agosti: sicché essa non fu che una riprova di quel suo temperamento retorico, secondo lo spirito secentesco, per cui uno scrittore bergamasco, forse non a torto, credette di collocarlo fra quegli enciclopedici pieni di sussiego e di dottrina metafisica, de’ quali il Manzoni ci diede il tipo vivo e immortale in don Ferrante. Ercole Tasso morì il 6 agosto 1613.

Torquato Tasso, 1544-1595

L’11 marzo del 1544 nasceva in Sorrento l’immortale Torquato. Istruito nei primi rudimenti a Napoli, quindi col padre a Roma, fu poi mandato a Bergamo e qui ospitato nel palazzo di via Pignolo, dove ebbe specialmente consuetudine coi cugini Ercole ed Enea. Indi fu allo studio di Urbino e allo studio di Padova dove pubblicò il Rinaldo (1562). A Mantova fu preso d’affetto per Lucia Peperara; andò anche alla corte di Ferrara (1565) presso il cardinale Luigi d’Este; lo accompagnò in Francia (1570), poi tornò a Ferrara dove fu assunto fra i gentiluomini di Alfonso d’Este e dove, nel 1573, diede l’Aminta e, sullo scorcio del 1575, condusse a termine la Gerusalemme Liberata. Poco dopo cominciarono i suoi scrupoli religiosi e le preoccupazioni di rivedere il poema. Periodi di calma e momenti di eccitazione si susseguivano nel suo spirito; dopo vario pellegrinare a Mantova, a Padova, a Venezia, a Pesaro, a Torino, era nuovamente a Ferrara, inquieto e scontento. Alfonso allora, in parte sconoscente, in parte preso da timore per l’Inquisizione, rinchiudeva il poeta in Sant’Anna, siccome pazzo, e ve lo lasciava per ben sette anni. Fu dalla prigione di Sant’Anna che, dopo aver fatto ricorso ai Gonzaga e al cardinale Albani per avere la libertà, il Tasso si rivolse a Bergamo. Egli calcolava specialmente sul cavalier Grumelli, suo parente, su Gerolamo Benaglio e Marcantonio Spino oltre che sul padre Grillo e sul Licino. In realtà il poeta fu liberato (1586) per intercessione di Vincenzo Gonzaga, commosso e persuaso da quel vero amico di Tasso che fu Angelo Grillo. Quindi venne a Bergamo, bene accolto da tutti; nella villa di Zanica corresse il Torrismondo; tornò a Napoli per rivendicare la dote della madre; venne poi a Roma e, infermo, fu accolto nell’ospedale dei Bergamaschi (1590), quindi (1592) dal cardinale Cinzio Passeri o Personeni, illustre prelato di origine bergamasca, di famiglia nativa di Berbenno. Dopo un nuovo viaggio a Napoli tornò a Roma, vi finì il Mondo Creato e, nuovamente infermo, fu accolto nel monastero di Sant’Onofrio dove moriva il 21 aprile 1595.

La famiglia Tasso. La genealogia di Ercole e Torquato, gli stemmi famigliari

La famiglia Tasso, originaria dell’antico borgo brembano di Cornello, vanta una copiosa e ramificata genealogia. Nel corso dei secoli XIV e XV, alcuni rami della famiglia si trasferiscono in città; fra essi, quello di Pietro e di suo figlio Alessandro che si stabiliscono nella zona di Borgo Sant’Antonio, presso Borgo Palazzo. È da Pietro che discende il ramo principale dei Tasso di Bergamo al quale appartengono i due cugini Torquato ed Ercole. Torquato (1544-1595) è figlio di Bernardo, di Gabriele, di Giovanni, di Pietro; da Pietro discende anche Alessandro da cui Domenico, da cui Gabriele, da cui Giovanni Giacomo, padre di Ercole (1540-1613). La relazione fra i due rami familiari è costante e presenta frequentazioni comuni nell’ambito di attività e di interessi a Bergamo e a Roma. Ercole sposa nel 1583 Lelia Agosti dando origine al ramo di Sant’Agata che risiede in Bergamo nel palazzo di via Tassis, con villa di campagna alla Celadina (Bergamo). Dal figlio Enea ha origine il ramo di Pignolo-Zanica che, secondo la tradizione ospitò Torquato nel palazzo di borgo Pignolo. Altri rami della famiglia si stabiliscono in numerose città d’Italia e in altri paesi d’Europa dove avviano, in particolare ad opera di Francesco Tasso (1459?-1517), i moderni servizi postali. Ancor oggi a Regensburg, in Baviera, fiorisce la famiglia Thurn und Taxis, discendente da un fratello di Francesco. Lo stemma classico dei Tasso è costituito da uno scudo troncato da una linea orizzontale: nel 1° campo, in alto, figura un cornetto (solitamente d’oro in campo d’argento) e nel 2°, in basso, un tasso (d’argento o di nero in campo verde). Stemma doppiamente ‘parlante’ poiché allude sia a ‘Cornello’, luogo d’origine della famiglia, sia al ‘tasso’, da cui il nome comune del casato. Nel corso dei secoli e relativamente ai diversi rami italiani ed europei, lo stemma originario subisce molte varianti. Il ramo di Bergamo, forse sul finire del XV secolo e per rimarcare una certa prosperità, sostituisce il cornetto con due cornucopie intrecciate; dal XVII secolo aggiunge, per concessione imperiale, l’effigie di un’aquila. A Torquato Tasso sono attribuiti altri stemmi e, tra essi, quello classico del corno e del tasso risulta essere il più consueto. Tuttavia, un documento di questa Biblioteca testimonia che egli utilizzò anche lo stemma con due cornucopie del ramo bergamasco. In una lettera scritta da Bergamo il 19 agosto 1587 e diretta a Claudio Albani, a Milano, Torquato usa tale sigillo, nel quale la cornucopia è attorniata da una scritta in cui si può distinguere la parola ‘TASSVS’.

La disputa. Che bene sia di prender moglie

La lettera sul matrimonio viene scritta da Torquato Tasso nel settembre del 1585, dopo ben sei anni di prigionia. A causa del lungo periodo di reclusione le condizioni di salute del poeta, fisiche e mentali, sono precarie, e la richiesta di aiuto presso amici e parenti si fa sempre più pressante, com’è testimoniato proprio dalle lettere di quel periodo. Per questo è naturale pensare che la notizia del cugino bergamasco fosse per Torquato un’occasione più che propizia per ricercare la “benevolenza” dei due novelli sposi. È così che il poeta coglie finalmente lo spunto adatto per rispondere, con un intervento in favore delle donne e dunque del matrimonio, a quello scritto dai toni aspramente misogini che il cugino Ercole gli aveva già fatto pervenire probabilmente qualche mese prima. È questa l’origine della piacevole contesa fra i due moderni Tassi che sfocerà assai più tardi, nel 1593, nell’edizione congiunta dei due testi. Fin dall’epoca classica è frequentatissima la polemica contro le donne e la discussione sul tema del matrimonio ad essa correlata: un vero e proprio sottogenere dimostrativo sviluppato dai Greci, poi dai Romani che lo avevano riassunto nell’interrogativo: An uxor sit ducenda (se sia bene o meno prender moglie). Questo tema, che si prestava perfettamente come esercizio nelle scuole di retorica antica, durante il medioevo diventa un vero e proprio topos letterario e si consolida ancor di più come tale nel periodo dell’umanesimo. Anche Boccaccio e Petrarca infatti, rispettivamente nel Corbaccio e nell’epistola A Pandolfo Malatesta, lo affrontano rivestendolo di un significato filosofico. Nella prima metà del 1500 una ripresa autorevole della questione si deve a Sperone Speroni, legato all’università di Padova, nel suo dialogo Della dignità delle donne. È possibile che Tasso, nelle sua frequentazione giovanile dello studium padovano fosse stato testimone almeno della discussione nuovamente suscitata dal dialogo di Speroni e che quindi, molti anni più tardi, una volta ricevuto il discorso di Ercole Tasso l’argomento e il modo dell’argomentazione gli giungesse già famigliare.

La disputa. Contro l’ammogliarsi

Il discorso di Ercole si fondava su un ventaglio ampio di auctoritates, per lo più classiche, volte a dimostrare la malvagità delle donne e quanto fosse più conveniente per gli uomini non solo evitare il matrimonio, ma stare anche alla larga dal sesso femminile. La risposta di Torquato, che pure si avvale di molte citazioni erudite e dotte, è più sobria, a partire dalla dichiarazione iniziale di non voler entrare in competizione col cugino, né tanto meno demolire il suo discorso con una confutazione punto per punto. Il progetto è semmai quello di portare degli argomenti aggiuntivi che servano in qualche modo a integrare lo scritto di Ercole, facendo una sorta di «innesto amichevole». La volontà del Tasso prigioniero a Sant’Anna non è infatti certo quella di screditare lo scritto del parente, quanto piuttosto di farlo ricredere dalle proprie posizioni misogine, come del resto doveva essere già almeno in parte avvenuto per il fatto stesso che Ercole aveva preso moglie, e soprattutto di omaggiare i due novelli sposi con un pur tardivo regalo di nozze. La parte iniziale del testo tassiano è dunque tutta incentrata sulla difesa della donna, e si costruisce principalmente attraverso una ripresa puntuale del discorso del cugino, in particolare attraverso il riuso delle “fonti” da Ercole utilizzate, che Torquato sagacemente ripropone per evidenziare di volta in volta come uno stesso autore in opere diverse possa essersi espresso in maniera diversa, oppure come al peso di un’auctoritas se ne possano contrapporre molte altre. Tutta la prima parte del discorso di Torquato risulta dunque speculare alla struttura argomentativa di Ercole e sembra volta a dimostrare che la citazione colta non è di per sé sufficiente a sostenere in esclusiva il peso di un’argomentazione. Abbandonato poi il ricorso agli incalzanti riferimenti eruditi, la lettera di Torquato lascia il posto alla “dimostrazione” di una tesi specifica: quella cioè secondo cui non solo la donna non è un essere maligno, ma ha potenzialmente vizi e virtù connaturati, proprio come avviene nell’uomo: sta quindi ai singolo, indipendentemente dal sesso, saper esercitare al meglio le proprie potenzialità.

Le edizioni tassiane di Comin Ventura

Comin Ventura, stampatore di origini bresciane attivo a Bergamo tra la fine del XVI secolo e l’inizio del XVII, ha un profilo di tutto rilievo nella storia dell’arte tipografica antica e la sua attività si distingue non solo per la ragguardevole quantità delle stampe, con 326 testi in volgare e 200 in latino, ma soprattutto per l’ampiezza tematica delle opere pubblicate. Accanto ai filoni più consolidati, Ventura procede in un sensibile ampliamento dell’offerta editoriale, esito tanto della sua personale effervescenza e di un suo estro sperimentatore, quanto di un significativo ampliamento della committenza: pubblica manuali scolastici e raccolte di lettere; testi medico-scientifici e resoconti storici; cronache d’attualità e saggi politici; raccolte di lettere dedicatorie ed epistolari. Nel catalogo di Comin Ventura, cultore delle humanae litterae e attento a mantenere legami con il territorio, con le istituzioni culturali laiche e conventuali, con gli autori e i maestri più noti del suo tempo, trovano spazio anche edizioni tassiane. Di Torquato Tasso pubblica esclusivamente le rime: Rime funerali in morte di Isotta Brembata Grumella (1587); Nuova scielta di rime (1592); Rime spirituali (1597 e 1605). L’edizione del 1592 è confezionata in 32° (un formato che non supera i dieci centimetri d’altezza) ed è stampata con caratteri minuscoli, i più piccoli che sia possibile leggere ad occhio nudo. Una scelta non bizzarra, questa, ma frutto della precisa volontà dell’editore di offrire al suo pubblico un’opera in formato assolutamente tascabile, che si presti alla lettura in ogni momento della giornata e in qualsiasi luogo la si voglia apprezzare. Le edizioni cominiane di Ercole Tasso, ‘filosofo’ – come egli stesso amava definirsi – e poeta, sono più numerose e varie e testimoniano la cultura di un autore già proteso verso lo spirito barocco e controriformistico del nuovo secolo. Dai torchi del Ventura escono un’Orazione in lode di Maria Soarda (1580); Esercizi e premi de’ confrati del Santiss. Crocifisso in Bergamo (1592); Poesie composte in giovanile età (1593); Dell’ammogliarsi. Piacevole contesa fra i due moderni Tassi (1593); La Virginia ovvero della dea de’ nostri tempi (1593); Il confortatore (1595); Della realtà, e perfezione delle Imprese (1612). Nel volumetto della Virginia, un nutrito corpus iconografico accompagna il testo: immagini, cornici, fregi floreali e architettonici, iniziali parlanti, ricorrono pagina dopo pagina a testimoniare come il tipografo-editore Comin Ventura riconoscesse l’importanza didascalica dell’iconografia. La marca tipografica che sceglie per la propria impresa ne è, del resto, il primo esempio: la dea Fortuna in mare, su un delfino, con vela al vento e sole; sullo sfondo, il motto ‘Bona fortuna’.

 

Mostra a cura di
Massimo Castellozzi, Centro di Studi Tassiani
Lorenza Maffioletti e Maria Elisabetta Manca, Biblioteca Civica Angelo Mai
Progetto grafico di Dario Carta
Si ringrazia Gabriele Medolago