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#iorestoacasa con il Fasciculus medicinae del 1493

Fasciculus medicinae (Fascicolo di medicina), traduzione in volgare di Sebastiano Manilio, Venezia, Johannes e Gregorius de Gregoriis, de Forlivio, 1493/1494 – (Inc. 4.345)

Il testo fu edito la prima volta in latino nel 1491 dai fratelli Giovanni e Gregorio De Gregori, stampatori di Forlì, che a Venezia avevano avviato un’attività editoriale dedicata in particolare a testi giuridici. In questo caso viene data alle stampe una miscellanea di sei trattati medievali medico-pratici anonimi, attribuita a Johannes de Ketham, ma contenente anche il Consilium pro peste evitanda di Pietro da Tossignano (scomparso nel 1407 ca.), importante professore di medicina a Bologna e Padova, il cui trattato sulla peste è considerato il migliore del XIV secolo e ancora veniva diffuso a stampa fra il 1470 e il 1480. La versione latina del Fasciculus imita molto la forma del manoscritto, su due colonne, in scrittura gotica, con sei schematiche figure. Il Ketham, che compare nel colophon, è probabilmente il possessore del manoscritto dal quale si ricavò questa prima stampa, il cui testo fu rivisto dal medico Giorgio Ferrari dal Monferrato.

Il successo ottenuto indusse i De Gregori a stampare il 5 febbraio 1494, affidando la traduzione a Sebastiano Manilio, originario di Roma, allievo dell’umanista Pomponio Leto, una versione in volgare, quella posseduta dalla Biblioteca Mai. L’edizione, che costituisce il primo libro illustrato di medicina in volgare, appare, rispetto al suo precedente latino, come un volume del tutto rinnovato: non compare più il nome del Ketham, il formato è più piccolo e il carattere scelto è il romano proprio del libro umanistico; viene poi inserita la famosa Anatomia di Mondino de Liuzzi (ca. 1270-1326), qui tradotta per la prima volta.

L’apparato iconografico, interamente rifatto, consiste di xilografie acquarellate, non più schemi medici di sapore ancora medievale, ma realistiche scene di cura e di insegnamento universitario, stilisticamente vicine all’ambito di Giovanni Bellini e di Andrea Mantegna.

Sulla prima pagina troviamo uno studio medico dove attendono tre pazienti, un uomo, una donna anziana e un bambino, recanti un cesto in cui si portava la matula, il contenitore di vetro per le urine; il medico è circondato da dodici libri, che all’epoca erano il canone della sapienza medica, fondata soprattutto su testi classici, arabi e salernitani.

Troviamo poi la scena del Consulto delle urine, pratica centrale della medicina dell’epoca, e la Ruota delle urine, un diagramma con le matule, i diversi colori e la loro interpretazione, accompagnati da brani del Regimen sanitatis di Salerno. Seguono: l’Uomo delle malattie, l’Uomo dello zodiaco, l’Uomo dei salassi, l’Uomo delle ferite, la Donna gravida, che, incinta di cinque mesi, sezionata, porta la prima illustrazione a stampa di un organo interno; quindi ci sono la Visita del medico ad un appestato, che introduce il trattato di Pietro da Tossignano, e la Lezione di anatomia, a introduzione dell’Anatomia di Mondino, secondo gli statuti dello Studio di Padova, che indicavano la necessaria presenza di un lector ex cathedra dei testi di anatomia, un demonstrator, che indicava le parti sul cadavere, un sector, che notomizzava.

L’esemplare della Mai non è digitalizzato. Puoi sfogliare la versione non acquerellata conservata alla Biblioteca Queriniana di Brescia.

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#iorestoacasa con i Promessi Sposi illustrati da Francesco Gonin

Alessandro Manzoni, I promessi sposi, edizione illustrata da Francesco Gonin, Milano, Guglielmini e Redaelli, 1840 – (Manzoniana 4 216); Adelchi, Milano, Ferrario, 1822 – (Cassaf. 1. 6)

Al successo della prima edizione dei Promessi sposi (tra il 1825 e il 1827), fece seguito un proliferare incontrollato di edizioni economiche, tanto trascurate nella redazione e nella veste grafica, da indurre l’Autore a pubblicare, nel 1840, una seconda edizione del romanzo (la cosiddetta ‘quarantana’), stampata con inchiostri di qualità e su carta pregiata, corredata da illustrazioni xilografiche e arricchita dall’inedita Storia della colonna infame. Per le illustrazioni, che nel progetto dell’Autore dovevano punteggiare e ‘commentare’ passo passo il testo del romanzo storico, Manzoni contattò vari pittori, fra i quali Francesco Hayez, che tuttavia non soddisfecero appieno le sue aspettative. Si rivolse infine a Francesco Gonin (1808-1889), giovane e promettente pittore piemontese che, soggiornando a Milano nel 1835, aveva avuto modo di frequentare il cenacolo di Massimo d’Azeglio e i protagonisti della scena letteraria del momento (Tommaso Grossi, Giulio Carcano e Cesare Cantù), attingendo alla cultura del romanticismo storico propria di quel primo fervido Ottocento. Dal 1839 al 1842, Manzoni e Gonin lavorarono a stretto contatto, realizzando una serie di immagini, che commentano perfettamente, e per certi versi integrano, il testo del romanzo.
L’esemplare presente in Biblioteca appartiene al fondo manzoniano del senatore Giuseppe Belotti (1908-2005), donato alla Mai nel 1973 e nel 1979, e composto dalle edizioni delle opere di Manzoni (liriche, tragedie, scritti letterari, linguistici e storici, lettere e carteggi), in lingua italiana e in traduzione. Per le edizioni dei Promessi sposi, «l’impegno dello studioso – scrive Belotti – ha ceduto il passo alle piccole ambizioni del collezionista», con esiti straordinari, data la presenza di prime edizioni ed esemplari reperiti sul mercato antiquario. Alle edizioni del romanzo, il collezionista non ha trascurato di aggiungere i documenti relativi ai personaggi storici e le maggiori fonti storiche di riferimento: la Storia di Milano di Pietro Verri, il De peste Mediolani di Giuseppe Ripamonti, Il memorando contagio seguito in Bergamo l’anno 1630 di Lorenzo Ghirardelli. Non manca poi un’ampia bibliografia della critica manzoniana, nazionale ed europea, nella quale figurano anche i contributi dello stesso Belotti. Di Manzoni, la Biblioteca conserva anche un prezioso esemplare dell’Adelchi, stampato a Milano nel 1822, ricevuto in dono nel 1932 da Arrigo Fuzier, presidente della Banca mutua popolare di Bergamo. Il volume, splendidamente rilegato in cuoio di Russia con taglio dorato e impressioni in oro, appartiene a un’edizione di venti esemplari stampati su carta velina di Salò; ma ciò che lo rende unico è la dedica manoscritta al recto del secondo foglio di guardia: «Al suo dilettissimo fratello Enrico Blondel, Enrichetta Manzoni Blondel e l’autore».

Sfoglia una copia dei Promessi sposi illustrati da Francesco Gonin conservata alla Biblioteca Braidense.

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#iorestoacasa con i Corali di Santa Maria Maggiore

I Corali di Santa Maria Maggiore

Dal 1880 presso la Biblioteca sono depositati 14 monumentali Corali miniati (le dimensioni, variabili, si aggirano per lo più sui 540 x 390 mm), con notazione musicale quadrata, risalenti alla seconda metà del XV secolo, prodotti per le celebrazioni liturgiche della basilica di Santa Maria Maggiore e appartenenti al fondo della cappella musicale della chiesa. Si tratta di cinque Graduali (testi e musica del ‘proprio’ della Messa), otto Antifonari (testi e musica per la celebrazione dell’Ufficio) e un Innario, miniati per lo più da Jacopo da Balsemo e dalla sua bottega (il nome «IACOBUS» compare in un fregio nell’Antifonario VII).
Iacopo è forse di origine milanese, ma risulta operoso a Bergamo per circa cinquant’anni, nella seconda metà del XV secolo, a partire dalla sua prima opera nota, la decorazione dello Statuto di Bergamo del 1453. L’impegnativo ciclo di Corali eseguito per la MÎA data dal sesto al nono decennio del Quattrocento e comprende diverse decine di iniziali istoriate, numerosissime iniziali decorate, molti fregi fitomorfi, secondo un programma figurativo che rivela, nella sua ricchezza, tutta l’ambizione del Consorzio nel dotare la cappella di Santa Maria di una serie di libri liturgici di grande prestigio, confermato dal pregio delle splendide legature.
Lo studio dei testi ha evidenziato alcuni brani unici di uso prettamente locale, in particolare per il culto di sant’Alessandro, sant’Antonio Abate, santa Giustina, santa Grata, san Martino, a Bergamo molto venerati, probabilmente secondo una liturgia specifica pretridentina.
Di particolare interesse, nell’Antifonario II, la presenza di un’iniziale istoriata non finita, che consente di osservare le fasi di realizzazione della miniatura e studiarne gli aspetti propriamente tecnicoesecutivi.
Del Balsemo abbiamo già sottolineato la posizione egemone nella miniatura bergamasca del secondo Quattrocento: dalla bottega escono diversi Antifonari per la Cattedrale, nonché il Breviario di Santa Grata e numerosi altri codici della Mai, testi sia di contenuto religioso che di tradizione classica. La ricostruzione dell’attività della bottega è comunque tuttora in corso e non cessa di sorprendere, con scoperte in altre biblioteche lombarde e venete, per la vastità della produzione.
Iacopo era divenuto cittadino di Bergamo nel 1452, comparendo l’anno seguente nei documenti come «magistrum … miniatorem». In Città risulta aver intessuto contatti con le principali istituzioni laiche e religiose, col clero sia secolare che regolare: con la MÎA aveva rapporti anche economici, riguardo a terreni ereditati in zona di Comun Nuovo; era in contatto con l’umanista Giacomo Filippo Foresti, che gli commissionò la decorazione di quattro esemplari del suo Supplementum Chronicarum, incaricandolo di vendere copie della sua opera, una delle quali fu acquistata dal fratello di Ambrogio da Calepio, a riprova della dimestichezza che il miniatore aveva con l’ambiente umanistico e osservante del convento di Sant’Agostino. Il Balsemo svolgeva quindi anche attività di commercio di libri, forse di scriptorium, gestiva i propri averi con riconosciuta oculatezza, venne incaricato dal Comune di eseguire rilievi topografici, nel 1497-1498 di tutto il territorio bergamasco; venne consultato dal Comune per stimare dipinti; realizzò le insegne del podestà Stefano Contarini sui Libri criminali del Comune. La sua lunga e poliedrica attività termina all’anno 1503, probabile data della sua morte.
Dal punto di vista stilistico il miniatore si dimostra eclettico erede della lunga stagione tardogotica milanese, prolungatasi dal primo Quattrocento sotto i Visconti (da Giovannino e Salomone de Grassi a Michelino da Besozzo al Magister Vitae Imperatorum), risentendo anche dell’ambiente culturale cremonese. Questa fedeltà, dovuta molto alla produzione seriale di bottega, appare talora venata di attenzione per i valori dell’Umanesimo figurativo, la costruzione dello spazio e l’attenta resa fisionomica, come avviene nel ritratto all’antica del prestigioso giureconsulto Antonio Bonghi, che compare nella copia privata dello Statuto di Bergamo del 1453 (ca. 1480).

Visita la mostra dedicata ai 14 corali della Mai nel 2018, con link alle riproduzioni digitali di tutti i codici, pubblicate sul sito della BDL.

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#iorestoacasa con il Cardinale Furietti

Giuseppe Alessandro Furietti (Bergamo, 1684 – Roma, 1764)

Nato a Bergamo da Giovanni e Caterina Terzi (la madre era esponente dei più alti ranghi della nobiltà bergamasca), Alessandro si formò dapprima in città, quindi a Milano, studiando al Collegio Elvetico fondato da San Carlo. Trasferitosi al Collegio Borromeo di Pavia, iniziò gli studi teologici, laureandosi in diritto civile e canonico all’Università di Pavia probabilmente nel 1705, anno in cui fu anche ordinato sacerdote.
Nel 1709 si trasferì a Roma dove ebbe modo di coltivare i suoi interessi di erudito nel campo delle antichità romane e della storia letteraria e dove poté stringere sodalizi culturali con importanti prelati proprietari di grandi biblioteche, come Angelo Maria Querini (fondatore nel 1747 della pubblica Biblioteca Queriniana di Brescia), Domenico Passionei, Alessandro Falconieri. Nel 1710 entrò in Arcadia col nome di Entesto Calameo.

L’impegno del Furietti nella carriera ecclesiastica e nell’approfondimento della pratica del diritto rese preziose alla Curia romana le sue competenze: a soli trent’anni, nel 1715, fu inviato a Malta presso il Gran Maestro dell’Ordine, allo scopo di ottenere aiuti militari per Venezia contro i turchi; godette della stima di Clemente XI e di Innocenzo XIII, che gli conferì la mantelletta prelatizia e l’incarico di referendario di entrambe le Segnature; fu in seguito luogotenente civile del cardinale vicario e dell’uditore della Camera apostolica, infine segretario della Sacra Congregazione del Concilio e della Residenza dei vescovi; Clemente XIII lo elevò al cardinalato nel 1759.

Il Furietti lasciò però un segno profondo anche nella storia della cultura, con importanti recuperi critici relativi alla letteratura fiorita nel territorio di Bergamo. Il suo interesse per Torquato Tasso, che durò tutta la vita, risale al 1720, quando si approntava, a cura di Giovanni Bottari, l’edizione dell’opera omnia del Tasso, cui il Furietti collaborò attivamente trovando lettere inedite presso famiglie bergamasche, rintracciando inoltre, nella biblioteca del Falconieri, le lettere di Maurizio Cattaneo, segretario del cardinale Gian Girolamo Albani e precettore del Tasso. Dopo tre anni di ricerche pubblicò l’edizione delle opere di Gasparino e Guiniforte Barzizza (Roma, 1723), umanisti di Clusone (Bergamo) attivi nel XV secolo, dando prova di un interesse per l’Umanesimo molto in anticipo sul corso della storia letteraria in Italia e fornendo un esempio moderno di edizione, corredata da una biografia basata solo su dati certi e inserita nel contesto storico-culturale del XV secolo. Lavorando insieme a Pietro Calepio e a Pier Antonio Serassi, suo segretario, il Furietti pubblicò inoltre, nel 1747, le opere di Basilio Zanchi (Bergamo 1501-Roma 1558), scrittore del XVI secolo e conservatore della Biblioteca Vaticana. Sempre insieme al Serassi, diede alle stampe nel 1752 le opere e la vita del poeta Marco Publio Fontana (Bergamo ?, 1548 – Desenzano, 1609), su materiali reperiti anch’essi nella biblioteca del Falconieri.

Il prelato bergamasco dedicò poi risorse personali agli scavi nella Villa Adriana di Tivoli, dove rinvenne nel 1737-38 due preziose statue di marmo bigio morato di epoca adrianea raffiguranti due centauri (firmate da Aristeas e Papias di Afrodisia) e il celebre mosaico delle colombe (II sec. d. C.), di cui si interessò anche il Winckelmann, conservati ora ai Musei Capitolini di Roma. Nello studio dei mosaici antichi il Furietti divenne una vera autorità, pubblicando nel 1752 il suo capolavoro, De Musivis, che è tuttora testo di riferimento sul tema. In questo campo dimostrò un’inedita attenzione per la conservazione di ogni frammento quale testimonianza dell’antichità e per l’ampliamento dell’accesso pubblico al patrimonio. Nutrì interesse anche per l’epigrafia, soprattutto bergamasca, organizzando gruppi di ricerca in collaborazione con Ludovico Antonio Muratori, comprando le epigrafi e destinandole al futuro Museo lapidario di Bergamo.
Al Furietti si deve poi una cura particolare per la formazione dei giovani e la ricerca di nuovi talenti negli studi: protesse Pietro Calepio, Pier Antonio Serassi, Mario Lupo, Ferdinando Caccia, crescendo quindi tutta una nuova generazione che in lui trovava un punto di riferimento, aiuto economico, possibilità di nuovi contatti sul piano nazionale, sempre nella piena libertà intellettuale e nel rispetto della personalità di ognuno.

I rapporti fra la città di Bergamo e Roma, che contribuirono molto, grazie al Furietti, a sprovincializzare la cultura locale, avvenivano anche tramite la Nazione bergamasca in Roma, che il cardinale beneficò riorganizzandone il Collegio Cerasoli e ottenendo dal Papa gli edifici di via Pietra e la chiesa annessa che si affaccia su Piazza Colonna, dove ha tuttora sede l’Arciconfraternita dei Bergamaschi, una delle più antiche stabilite in Roma (1539).
Nel 1749 il Furietti promosse a Bergamo la rifondazione dell’Accademia degli Eccitati (antenata dell’attuale Ateneo di Scienze Lettere ed Arti), di cui era socio, invitando gli accademici ad ampliare i loro interessi a discipline scientifiche e storiche, oltre alla composizione poetica.

Il ricordo della città natale non lo abbandonò mai. Gravemente ammalatosi poco dopo la sua nomina a cardinale, morì nel 1764 a Roma e fu sepolto in San Bartolomeo e Sant’Alessandro dei Bergamaschi: nel testamento del 1760 lasciò i suoi libri alla città di Bergamo, perché nascesse una biblioteca pubblica. Questo gesto non fu solo il coronamento di un’indefessa attività di ricerca e di amore per la cultura e per l’istruzione, ma rappresentò momento di slancio e motivo di emulazione che lasciarono una traccia indelebile nella storia di Bergamo.

Visita la mostra dedicata al cardinale Furietti nel 2014 per i 250 anni dalla morte. Leggi le biografie sul Dizionario biografico degli italiani e su Wikipedia.

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Deposito legale. Proroga sospensione

Facendo seguito alla precedente comunicazione del 2 aprile 2020 con la quale Regione Lombardia disponeva la sospensione sino al 15 aprile 2020 delle attività connesse all’Archivio della Produzione Editoriale lombarda in forza delle misure adottate con DPCM 8 marzo 2020 , DPCM 9 marzo 2020 e Ordinanza di Regione Lombardia n. 514 del 21 marzo 2020; richiamata l’Ordinanza di Regione Lombardia n. 528 del 11 aprile 2020 con la quale Regione Lombardia, a tutela della salute della collettività, ha ordinato fino al 3 maggio 2020 “di mantenere le limitazioni già in essere, soprattutto per quanto attiene ai comportamenti che possono generare condizioni idonee alla diffusione ulteriore del contagio e di adottare alcune misure più ristrettive di quanto disposto con i provvedimenti statali”; la Regione Lombardia ha disposto che per la durata di efficacia della suddetta Ordinanza regionale (3 maggio 2020), fatte salve eventuali e ulteriori successive disposizioni

  • i soggetti obbligati al deposito legale (art. 3 L.106/2004) sospendano la consegna della copia dei documenti oggetto di deposito legale agli istituti depositari lombardi
  • gli istituti depositari lombardi (DM 28/12/2007 modificato con DM 10/12/2009) sospendano le attività di ricezione della copia dei documenti oggetto di deposito legale.

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#iorestoacasa con il Libro d’ore di Jean de Toulouse

Jean de Toulouse e bottega (Avignone), Libro d’ore, 1390 circa. Mm 165 x 120 (rifilato) – (Cassaf. 2.14)

Questo piccolo codice appartiene al tipo del libro d’ore, un insieme di preghiere destinato alla devozione personale, in genere riccamente miniato, in uso soprattutto nella Francia del tardo Medioevo. Anche il nostro esemplare presenta una decorazione miniata molto preziosa, che gli studi, per confronti sia con altri manoscritti che con manufatti di oreficeria e scultura, hanno collocato nella zona di Avignone alla fine del Trecento, in particolare nell’atelier di Jean de Toulouse, che produce anche il Messale dell’antipapa Clemente VII (1392-93). Si tratta di un codice di lusso destinato, come si vede dalla ripetuta presenza di una figura maschile inginocchiata, a una committenza laica privata, di cui purtroppo resta ignota l’identità, come ignote sono le modalità con cui l’Offiziolo è giunto alla Biblioteca.

Il testo contiene l’Officio del Pianto di Maria e della Passione di Cristo, illustrati con otto riquadri istoriati: la Deposizione dalla Croce, la Pietà, la Compera del sudario, la Cucitura del sudario in cui è adagiato il corpo di Cristo, il Trasporto del corpo di Cristo, la Sepoltura, l’Addolorata, Cristo con la croce, che riversa il sangue dal costato in un calice. I fogli del codice sono decorati anche da sei iniziali figurate e da otto fregi a piena pagina. L’iconografia e il testo sono rari: rimandano al clima devozionale di forte partecipazione alla sofferenza di Maria e di Cristo, coltivato dalle numerose confraternite fiorite in ambito avignonese, alla diffusione delle Meditationes Vitae Christi, alla prassi del teatro sacro (i Misteri), ai riti del venerdì santo con l’avvolgimento delle sculture nel sudario, nonché alla spiritualità di ascendenza agostiniana che venera Maria come immagine della Chiesa fedele nella disperazione. Le illustrazioni denotano poi un’attenzione particolare al telo che avvolse il corpo di Gesù e la datazione, raggiunta su base stilistica, coincide peraltro con gli anni immediatamente successivi alla disputa sull’autenticità della Sindone di Lirey, oggi conservata a Torino, tema sul quale l’antipapa Clemente VII, riconosciuto come pontefice legittimo in Francia, emanò anche una bolla (1390) che, pur non ammettendo l’autenticità della reliquia, ne permetteva l’ostensione.

Sulle pagine dell’Offiziolo, molto ben conservato, si dipanano, con abbondante profusione d’oro, tipici fregi di foggia francese a foglia di vite, con raffinate terminazioni in volute che si trasformano in figure ibride antropomorfe o teriomorfe di gusto ancora molto medievale; i riquadri istoriati tradiscono invece una sensibilità intima e drammatica di forte impatto emotivo, atta a suscitare anche la riflessione su temi squisitamente teologici, come l’Eucaristia. Le emozioni sono descritte con accenti di delicato realismo, pur essendo le scene collocate in ambienti essenziali e quasi sempre su fondi in oro o con astratte decorazioni a ramages. Accompagnano le storie, quasi a corale commento, eleganti figure di angeli che pregano, leggono, piangono. Curato nei minimi dettagli, con continue decorazioni riempilinea, il codice ha un aspetto complessivo di raggiante luminosità.

Sfoglia l’Offiziolo di Jean de Toulouse sul sito della BDL.

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#iorestoacasa con le Notizie patrie

Bergamo o sia notizie patrie, raccolte da Carlo Facchinetti. Almanacco per l’anno…, Bergamo, Sonzogni, 1815-1892 – (Sala 1 A.2.10)

Tra gli almanacchi bergamaschi riveste molta importanza Bergamo, o sia notizie patrie, presente sulla scena editoriale locale dal 1815 al 1892. Nato come uno dei tanti almanacchi economici diffusi nei primi anni dell’Ottocento, riscosse un immediato successo che sorprese lo stesso compilatore, Carlo Facchinetti, indotto, per gli anni successivi, ad arricchire di informazioni sempre più dettagliate la sua creatura.

I primi numeri ricalcano i vecchi lunari e calendari del secolo precedente: riportano previsioni stagionali del tempo, feste mobili, eclissi, equinozio e solstizio, calendario con orari di levata del sole e lunazioni, nomi dei santi; una parte narrativa, storico-artistica, è dedicata prevalentemente a notizie che riguardano le vicende più antiche di Bergamo.

Con il trascorrere degli anni aumentò il numero delle pagine, per ospitare nuove rubriche: tavole di ragguaglio sul valore delle diverse monete, dei pesi e delle misure; arrivi e partenze dei corrieri, statistiche demografiche e geografiche, informazioni astronomiche, consigli di agronomia; compaiono anche motti e proverbi e considerazioni moraleggianti inframmezzate nei calendari. Le narrazioni sulla storia e sull’arte si fanno più approfondite e curate e affrontano, in occasioni particolari, come la visita delle maestà imperiali o l’insediamento del vescovo, anche eventi di attualità, sebbene rimanga assente ogni considerazione politica.

La feconda intuizione di Facchinetti, che rende l’almanacco una fonte preziosissima per la ricostruzione storica della vita bergamasca, furono però le rubriche dedicate alle informazioni pratiche e alle cariche: gerarchia ecclesiastica, parrocchie e contrade del territorio con i nomi dei parroci; notizie sulle famiglie reali; autorità politiche, amministrative e giudiziarie; autorità militari; istituti educativi e di beneficenza, ospedali; elenco dei professionisti: ingegneri, architetti, agrimensori, ragionieri, avvocati, notai, medici, farmacisti; fiere e mercati, commercianti e artigiani, esercenti che gestiscono le botteghe nella Fiera di Bergamo; ricevitorie del lotto, necrologi di personalità locali.

Alla parte narrativa collaborarono, spesso in anonimato, personalità di spicco della cultura bergamasca, quali Angelo Mazzi, Gabriele Rosa, Antonio Tiraboschi, Gabriele Dossi, Pasino Locatelli, Carlo Lochis, Elia Zerbini, Giovanni Maria Finazzi. Tra le informazioni trasmesse si segnalano, per esempio, gli elenchi delle opere d’arte con la loro ubicazione, pubblicati in un’aggiunta al volume del 1833.

Dall’almanacco bergamasco trassero ispirazione i patrioti Cesare Correnti, Carlo Tenca e Achille Mauri per un’analoga iniziativa milanese, Il Nipote del Vesta-Verde, pubblicato dal 1848 al 1859. Nel 1854, approfittando della morte di Facchinetti, si verificò invece un tentativo di appropriazione: Agostino Locatelli stampò, coi tipi di Pietro Locatelli, un almanacco dal titolo ingannevole Bergamo ossia notizie patrie.

L’iniziale tipografo Sonzogni lasciò la stampa a Mazzoleni nel 1824, quindi a Pagnoncelli nel 1858. Con la crisi della casa editrice e la sua chiusura nel 1892, cessò anche la vita dell’almanacco, che tuttavia ebbe un erede: Bergamo e sua provincia nel 1893, quindi Diario-guida della città e provincia di Bergamo, dal 1894 fino alla metà del secolo successivo.

La Biblioteca conserva anche il copione manoscritto utilizzato da Facchinetti nel 1814 per la preparazione del primo numero, approvato dalla censura austriaca.

Sfoglia le annate dell’almanacco Bergamo, o sia notizie patrie sul sito della BDL.

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Pasqua 2020

La Biblioteca Angelo Mai augura ai lettori, agli amici, agli studiosi, ai visitatori

una serena Pasqua

Restiamo a casa e godiamo della perfezione di questo progetto della Raccolta Giacomo Quarenghi, bella, allegra e dinamica immagine della primavera che contrasta l’immobilità di questo tempo.

Scarica l’immagine come biglietto di auguri.

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#iorestoacasa con il Commento di Paolo Veneto

Paolo Veneto, Expositio in Analytica posteriora Aristotelis, emend. Franciscus de Benzonibus et Mariotus de Pistorio, Venezia, Rainaldus de Novimagio e Teodoro di Rijnsburg, 1477 – (Inc. 1.90)

Il testo contiene un commento ad Aristotele del filosofo e teologo Paolo Nicoletti, meglio conosciuto come Paolo Veneto (Udine, 1369 – Padova, 1429), considerato fra gli intellettuali italiani più significativi del Quattrocento, in particolare per gli studi di logica, per i suoi commenti ad Aristotele, per l’insegnamento universitario e per la sua attività di diplomatico. Frate eremitano dapprima nel convento di Santo Stefano a Venezia, studiò a Oxford e trascorse poi gran parte della sua vita a Padova. Il Commento agli Analitici Posteriori di Aristotele risale al 1406.
L’esemplare della Mai presenta ancora molti elementi legati alla tradizione dei manoscritti: lo specchio di scrittura su due colonne, che lascia ampio spazio ai margini inferiore ed esterno; l’uso frequente delle abbreviature, le iniziali decorate, l’alternanza di azzurro e rosso nei segni di paragrafo, la tecnica di realizzazione delle miniature a foglia d’oro.
L’apparato decorativo, di buona qualità, è riconducibile all’ambiente ferrarese: la grande iniziale O («Omnis») di f. 2r si avvicina ai capilettera della Bibbia di Borso d’Este, come tipici della miniatura ferrarese di tardo Quattrocento sono le finissime trame a filigrana e l’inserto naturalistico nel bas de page, con una lepre che corre entro un paesaggio, su fondo di cielo azzurro.
L’esemplare è inoltre dotato di legatura di riutilizzo della fine del secolo XV, eseguita probabilmente nell’Italia centrale. Si tratta di una legatura su assi, sui quali sono stati applicati i piatti di una legatura in marocchino nocciola, decorato a secco e in lega d’oro. Vi troviamo fasci di filetti concentrici, parzialmente incrociati e una coppia di cornici decorate con barrette diritte e curve; lo specchio è caratterizzato da una coppia di nodi di tipo moresco.
L’incunabolo appartenne alla libreria dei fratelli Piatti, costituita in gran parte con esemplari provenienti dai conventi bergamaschi soppressi. Essa fu messa all’asta alla fine dell’Ottocento e acquistata dalla bergamasca Antonia Suardi Ponti. Tale libreria confluì nei primi decenni del Novecento nel fondo Giuseppe Locatelli, che pervenne quindi alla Biblioteca Civica nel 1958.

Sfolgia l’incunabolo con il testo di Paolo sul sito della BDL.

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#iorestoacasa con il Cardinale Angelo Mai

Angelo Mai (Schilpario, Bergamo, 1782 – Albano, Roma, 1854)

Nato da famiglia di origini modeste, ma benestante, Angelo Mai compì i primi studi fra Clusone e Bergamo. Dopo la chiusura del seminario da parte dei Francesi nel 1797, riparò in una casa dei Gesuiti a Colorno, in provincia di Parma, da dove fu inviato nel 1804 a Napoli a insegnare presso un collegio dell’Ordine, di cui prese l’abito.

Fuggiti i Borboni da Napoli, il Mai andò a Roma come docente presso il Collegio Romano, quindi a Orvieto, dove fu ordinato sacerdote nel 1806 e dove poté studiare l’ebraico e approfondire la tecnica di lettura dei palinsesti, antichi codici, per lo più in pergamena, raschiati e riscritti: mediante l’utilizzo di una spugna imbevuta di acido gallico era possibile infatti ravvivare l’inchiostro della scrittura primitiva e riscoprire testi classici ritenuti perduti.

Recatosi a Roma per sostenere gli esami di teologia e filosofia, il Mai dovette, ancora una volta, cambiare i suoi programmi di vita a causa degli eventi politici: un editto di Napoleone costringeva i sudditi del Regno Italico a risiedere nella provincia d’origine. Trasferitosi a Milano, entrò come dottore alla Biblioteca Ambrosiana, dove rimase fino al 1819. Nella ricchissima Biblioteca milanese, il Mai cominciò un’analisi sistematica dei manoscritti, mettendo a frutto le sue ormai mature competenze paleografiche e filologiche e giungendo a notevoli scoperte: orazioni di Isocrate e Cicerone, frammenti di Plauto, un codice di Terenzio del IX sec.; l’epistolario, pubblicato nel 1815 con grande risonanza, dell’oratore romano, precettore di Marco Aurelio, Marco Cornelio Frontone, contenente lettere dello stesso Marco Aurelio, di Antonino Pio, di Lucio Vero, di Appiano. Nel 1816 il Mai mandò alle stampe inoltre le Antichità romane di Dionigi di Alicarnasso.

L’importanza di queste scoperte cominciò a guadagnare fama allo studioso, anche se non senza polemiche sulla tecnica di lettura, per la lezione e l’attribuzione dei testi. Pur rimanendo un solitario, il Mai ebbe comunque rapporti con prestigiose famiglie milanesi proprietarie di grandi biblioteche e intensi scambi epistolari con filologi di tutta Europa.

Nel 1819 Pio VII convinse Angelo Mai a lasciare l’ordine dei Gesuiti e a diventare custode della Biblioteca Apostolica Vaticana. Lo stesso anno lo studioso annunciava la scoperta di ampi passi del De republica di Cicerone, fino ad allora conosciuto soltanto nel frammento del cosiddetto Somnium Scipionis. La scoperta suscitò l’entusiasmo del mondo intellettuale e valse al Mai un’ode scritta da Giacomo Leopardi, che vide in queste scoperte motivo di risveglio dell’orgoglio italiano anche sul piano politico.

Nominato nel 1833 segretario della Congregazione di Propaganda Fide e creato cardinale da Gregorio XVI nel 1838, fu membro dell’Istituto di Francia, dell’Accademia reale di Berlino, di Monaco, Stoccolma, Vienna e Amsterdam. Morì nel 1854 ad Albano e fu sepolto a Roma in Sant’Anastasia, di cui aveva il titolo presbiteriale. Nel suo testamento lasciò denaro ai poveri di Schilpario, suo paese natale, e volle che la ricchissima biblioteca fosse venduta al Papa per la metà del suo effettivo valore.

Nel centenario della sua morte, il Comune di Bergamo volle intitolargli la Biblioteca Civica. Il discorso ufficiale di intitolazione venne tenuto dal cardinale Angelo Giuseppe Roncalli, salito al soglio pontifico quattro anni dopo, nel 1958, come Giovanni XXIII.

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