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#iorestoacasa con la Vita di Bartolomeo Colleoni

Antonio Cornazzano, Vita di Bartolomeo Colleoni, 1476-77. Mm 270 x 185 – (Cassaf. 2.4)

Il codice, molto prezioso e realizzato in pergamena di ottima qualità, appartenne sin dall’inizio al Comune di Bergamo: sulla legatura, coeva, in seta rossa con ricami in filo d’oro e d’argento, si trova infatti lo stemma della Città di Bergamo, entro sole raggiato, con l’iscrizione «Sola nobilitas est vertus» (solo la nobiltà è virtù) e agli angoli le scritte «Forteza, temperanza, iusticia, prudentia», le quattro virtù cardinali proprie del buon governo.

Il testo rappresenta la fonte più autorevole sulla vita di Bartolomeo Colleoni (Solza, 1395 – Malpaga, 1475), il celebre condottiero bergamasco, dal 1445 capitano generale della Repubblica di Venezia. Il poeta piacentino Antonio Cornazzano poté infatti raccogliere direttamente dalla voce del Colleoni, ormai anziano e a riposo nel suo castello di Malpaga, tutte le informazioni necessarie per stendere poi la biografia, forse su committenza della famiglia Martinengo-Colleoni, negli anni subito seguenti la morte del condottiero e sicuramente prima del 1484, quando il Cornazzano morì a Ferrara.

Il codice qui descritto, versione lussuosa e ufficiale della vita di colui che la Città considerava un eroe dal forte carisma identitario, sembra essere stato realizzato immediatamente dopo la stesura definitiva del testo e sappiamo che nel 1559 venne anche prestato allo storico Pietro Spino, che stava scrivendo una nuova biografia del Colleoni.

Sul f. 7v spicca il ritratto di Bartolomeo, in una bella miniatura a piena pagina. Il condottiero è raffigurato su un cavallo impennato e reca gli attributi del suo rango di comando: la berretta rossa, il bastone e la corazza. Come a voler sottolineare l’importanza del personaggio, la sua figura si staglia su una montagna rocciosa in secondo piano, mentre sullo sfondo in lontananza vediamo un paesaggio collinare con fiumi e una città (Venezia?). La scena è incorniciata da un arco in forme classiche rinascimentali, con colonne azzurre, capitelli in oro, centina rosa e timpano verde sormontato da due delfini azzurri. Alla sommità un braciere d’argento con il fuoco. Un festone di foglie e frutta attraversa l’arco: su di esso sta in equilibrio un putto alato che suona la tuba, proprio in corrispondenza con la testa del Colleoni. Il festone prosegue in basso lungo le colonne e viene annodato a queste da altri due putti alati.

Il volto di Bartolomeo è un ritratto di profilo, all’antica, in segno di nobilitazione, ma comunque di forte impronta realistica nel descrivere le rughe e i segni di un’età ormai matura. Forse ripreso dall’affresco ora nel Luogo Pio di Città Alta (1470-1475, proveniente dalla sagrestia vecchia dell’Incoronata di Martinengo), l’intenso ritratto miniato è di poco successivo.

Si attribuisce la decorazione, che presenta inoltre, negli splendidi fregi delle altre pagine, influssi dell’arte padovana e ferrarese, a Giovan Pietro Birago, miniatore lombardo attivo per gli Sforza a Milano, che firma anche tre dei diciotto Corali del Duomo Vecchio di Brescia, realizzati negli stessi anni del nostro codice.

Sfoglia il codice con la Vita del condottiero sul sito della BDL.

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#iorestoacasa con le Fables di La Fontaine

Jean de La Fontaine, Fables choisies, Parigi, Charles-Antoine Jombert, 1755-1759 – (Sala 21 G 6 15/1-4)

Jean de La Fontaine (Château-Thierry, 1621 – Parigi, 1695) venne eletto, nel 1683, accademico di Francia. Avverso a ogni codificazione del gusto e alla costrizione della fantasia, anticipò atteggiamenti che sarebbero stati propri dell’Illuminismo, partecipando ai salotti della noblesse d’esprit, dove frequentò letterati di spicco quali Racine, Molière e Madame de La Fayette. La redazione delle Favole, la più nota tra le sue opere, si estese su un lungo periodo: tra il 1668 e il 1694 La Fontaine compose ben 240 testi in versi che saranno pubblicati in tre raccolte. Nella prima di queste, scritta per il Delfino di Luigi XIV, affermò di rifarsi alla tradizione di Esopo, le cui invenzioni nascondono profonde verità, proponendo al lettore di riconoscersi nei dialoghi che gli animali intrattengono fra loro. In questa premessa si concentra lo spirito delle Fables: riprendendo sia la tradizione narrativa che fu già di Esopo e Fedro, Plutarco e Ovidio, sia la tradizione medievale francese di storie comiche e satiriche sui costumi sociali, dove i protagonisti che motteggiano vizi e virtù umane sono animali, La Fontaine trasforma il racconto e la sua morale da un semplice esercizio di retorica in un nuovo genere di poesia e di letteratura, in sintonia perfetta con lo spirito del classicismo che tende a far rivivere la saggezza degli Antichi.

La raccolta delle Favole è un capolavoro letterario che fin dalla prima pubblicazione, nel 1685, fu oggetto di splendide edizioni illustrate; tra gli artisti che si sono cimentati con quest’opera, o che ne hanno tratto ispirazione, si ricordano Gustave Doré, Marc Chagall e Salvador Dalì. Delle innumerevoli edizioni, questa delle Fables choisies stampate a Parigi in quattro tomi, è considerata la più bella: allestita nel grande formato in-folio e impressa su carta d’Olanda, che offre un lato morbido adatto ad accogliere la stampa del testo e un lato ruvido per le incisioni calcografiche, è impreziosita dai disegni di Jean-Baptiste Oudry, ritoccati da Charles-Nicolas Cochin e incisi da numerosi artisti. Oudry (Parigi, 1686 – Beauvais, 1755), pittore, incisore, disegnatore di porcellane e di cartoni d’arazzo, che si ammirano oggi nei castelli di Fontainebleau e di Compiègne, univa alla naturalezza del tocco una ricerca accurata del dettaglio; eccellente pittore di animali, seppe interpretare magistralmente le scene immaginate da La Fontaine e il suo canone compositivo (presentazione della scena e dei personaggi, dialogo fra i protagonisti, morale conclusiva del racconto): ne sono un chiaro esempio le favole Il Gallo e la volpe e Il corvo e la volpe.

Sfoglia i quattro tomi delle Fables sul sito della Biblioteca di Oldenburg.

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#iorestoacasa con la rivista Emporium

Emporium: rivista mensile illustrata d’arte, letteratura, scienze e varietà, Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, 1895-1964 – (Sala 23.7).

Emporium nacque nel 1895, lo stesso anno in cui si inaugurò la prima Biennale di Venezia, e vide le stampe fino al 1964. L’intento del progetto, molto innovativo per i tempi, venne espresso con chiarezza nel manifesto programmatico del dicembre 1894 dagli ideatori, Paolo Gaffuri, fondatore dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche, e Arcangelo Ghisleri: «Popolarizzare l’alta coltura, i risultati della scienza, il fior fiore delle arti, non solamente dell’Italia, ma di tutto il mondo civile; con notizie e monografie precise, brevi, succose, dovute a specialisti, e accompagnate sempre da illustrazioni, che siano documenti, presi dal vero e sui luoghi, riprodotti con sistemi ultimi dell’arte grafica più progredita; tale l’intento della nuova Rivista».

Lo spirito della pubblicazione, che doveva essere «universale e bella, utile e attuale, italiana e cosmopolita, ben illustrata, rivolta a tutti, nello stesso tempo di lusso e popolare», è rappresentato anche da un’accurata scelta del titolo, preferito tra i molti proposti, in quanto breve e sonoro. Il programma venne rispettato e per 840 fascicoli mensili, suddivisi in 138 volumi semestrali, la rivista propose ai lettori, a livello specialistico, ma in forma divulgativa e piacevole, scritti su tematiche artistiche riguardanti movimenti e correnti, arte antica, arte contemporanea, architettura, musica, letteratura, cinema, arti decorative e applicate, pubblicizzazione di musei e mostre; si occupò di scoperte scientifiche, conquiste tecnologiche e industriali, attualità, moderne forme di vita sociale, moda; affrontò la divulgazione storica. Il tutto corredato da immagini di altissima qualità che si pongono in rapporto diretto con la scrittura, reso possibile da una ricerca all’avanguardia sul piano tecnico-tipografico, parte integrante dell’operazione culturale nel suo insieme.

Lavoro preliminare e poi assiduo di Gaffuri fu la raccolta di riviste internazionali, alla ricerca continua di articoli da tradurre, cliché fotografici da acquisire, modelli di comunicazione inediti, in grado di ricavare spazi commerciali e culturali ancora inesplorati, che facessero da traino anche per il resto della produzione editoriale dell’Istituto, dedicata all’arte, alla cartografia, alle scienze.

Le riviste da cui Emporium ha ricevuto maggiori influssi sono l’inglese The Studio (1893), da cui eredita il carattere cosmopolita e la spinta verso la modernità, e le tedesche Pan (1895) e Jugend (1896), da cui trae il gusto per la divulgazione e per i temi popolari. Non mancano l’umorismo e la satira, accompagnati da vignette e grafica caricaturale, i cui emuli si identificano nell’Illustrated London News, nel settimanale parigino Le Rire, nel tedesco Simplicissimus.

Il messaggio pubblicitario, utilizzato fin dalle prime uscite e introdotto seguendo il modello di alcuni prototipi americani ed europei, contribuì a rafforzare il carattere divulgativo della rivista.

L’attenzione dei fondatori per le arti contemporanee e per lo spirito modernista interdisciplinare, tipico dell’Art Nouveau, emerge dalle splendide copertine, che cambiano di mese in mese e riflettono il variare degli stili e del gusto. L’originalità della veste grafica complessiva di Emporium e la gravitazione intorno alla rivista di un folto gruppo di artisti e disegnatori operanti nel campo della cartellonistica e della grafica pubblicitaria, unitamente alla collaborazione di importanti studiosi e artisti italiani, connotano la rivista come uno dei prodotti editoriali più affascinanti e significativi del tempo.

Sfoglia Emporium sul sito della Scuola Normale Superiore di Pisa.

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#iorestoacasa con le Leggende agiografiche

Bottega bergamasca, Leggende agiografiche, 1492-1493 (Codice Suardi). Mm 160 x 105 – (Cassaf. 3.3)

Il codice, cartaceo, è noto anche come ‘Codice Suardi’, per lo scriba, che si firma Antonio Suardi, con le date 1492 e 1493, in diversi punti del manoscritto, e per lo stemma della famiglia Suardi, che compare ai ff. 105r e 134r. Purtroppo nessuna notizia certa abbiamo per identificare questo membro della nobile famiglia bergamasca, né sappiamo in quale modo il codice sia giunto in Biblioteca Mai, dove risulta comunque già nel catalogo del 1845.

Il volumetto contiene 224 disegni a penna e acquarello, che illustrano scene agiografiche, di guerra e apocalittiche. Fra i santi di cui è narrata la vicenda troviamo: sant’Antonio, santa Margherita, san Cristoforo, san Basilio, sant’Uberto, san Giovanni Boccadoro; a questo si aggiungono testi diversi, come la storia del morto e del vivo, la narrazione della fine del mondo, un breve ricettario per i diversi mesi dell’anno, le sette allegrezze di Maria, le imprese di Uson Casano in Albania, il discorso della morte al peccatore, la storia della guerra del re di Spagna contro il re di Granada.

I disegni sono di stile popolaresco, delineati a grossi tratti di penna e colorati a macchie di acquarello rapide e talora imprecise; l’impostazione è molto libera in rapporto al testo e la composizione quasi dilettantesca. L’interesse del codice è comunque grande, proprio per il carattere popolare che traspare chiaramente non solo dai disegni, ma anche dai testi, in cui l’autore, probabilmente non identificabile con Antonio Suardi, «assume l’abito del cantastorie», coinvolgendo il lettore in «narrazioni colme di morti, demoni, angeli, stupefacenti martìri e miracoli meravigliosamente ingenui» (Luigi Chiodi, 1957). La lingua impiegata, in rima, è un volgare intriso di forme dialettali proprie dell’Italia settentrionale, testimone prezioso di una forma letteraria popolare, che doveva avere come scopo la recitazione o addirittura la drammatizzazione, come proverebbe l’invito ad ascoltare, spesso rivolto a un ipotetico pubblico, e come traspare anche dalle stesse illustrazioni, forse schemi per eventuali scenografie.

Di particolare effetto sono i disegni sulla fine del mondo e il giudizio universale, ricchi di pathos e di carica visionaria, capaci di trascinare il lettore nello spettacolo terrificante della forza divina che stravolge l’ordine naturale; o anche le affollate scene della guerra di Granada, che traducono in un piacevole dialetto figurativo la lunga e nobile tradizione lombarda dei romanzi cavallereschi miniati per le corti.

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#iorestoacasa con lo Statuto di Bergamo del 1453

Jacopo da Balsemo, Statuta Bergomi 1453. Mm 365 x 270 – (Sala I D 9.8).

La Biblioteca conserva 47 esemplari di Statuti della Città di Bergamo dal 1248 al 1493. Nel 1856 il Consiglio comunale depositò presso la civica biblioteca, allora in Palazzo della Ragione, gli antichi statuti fino ad allora conservati nell’archivio municipale, i quali vennero riuniti nella Sala I, insieme ai testi giuridici. Il codice qui illustrato è appartenuto senza dubbio fin dall’origine al Comune di Bergamo, era disponibile alla consultazione e fu usato fino al 1491, quando si approntò un’edizione a stampa. Di questa destinazione pubblica il manoscritto porta tutte le caratteristiche di ufficialità, come il costante ripetersi dello stemma cittadino, in oro e vermiglio, all’inizio delle dieci Collationes, le serie di norme che regolavano la vita della Città, con relative sanzioni, sia sul piano pubblico che privato. Il testo reca poi la ratifica, sottoscritta dal notaio cancelliere, da parte dell’autorità emanante lo Statuto, il vicepodestà Andrea Leon, divenuto podestà nel 1454. Furono in seguito aggiunti documenti relativi alla donazione del Luogo Pio voluto da Bartolomeo Colleoni nel 1466, il Testamento di Colleoni (in Malpaga, il 26 ottobre 1475) e una copia della ducale di Giovanni Mocenigo ai rettori di Bergamo con la quale si prediligono le figlie dei soldati nell’assegnazione della dote elargita dal Pio Luogo Colleoni (1480).

La decorazione miniata si concentra al f. 1r: l’iniziale P («Primo») è istoriata con l’immagine di Maria e il Bambino tra san Vincenzo e sant’Alessandro, i protettori della Città, insieme alla Vergine, cui è dedicata la chiesa principale; un fregio nel margine superiore, a foglie d’acanto, include la figura di Dio Padre, invocato nel testo per il benessere di Venezia e di Bergamo, mentre nel margine inferiore fogliame, frutti e fiori formano volute che incorniciano, a sinistra, lo stemma oro e vermiglio del Comune di Bergamo, a destra il leone rampante, stemma di Andrea Leon.

Il codice è stato restaurato nel 2019, con importanti interventi che hanno riguardato la pulitura dei fogli, la ricucitura dei fascicoli e, in particolare, la legatura originaria in assi lignee, modificata nella seconda metà dell’Ottocento.

Il miniatore è Jacopo da Balsemo, che qui offre la prima prova con data certa di una produzione vastissima, alla direzione di una bottega che fu attiva per mezzo secolo e fu legata alle principali istituzioni cittadine, in posizione che sembrerebbe ‘monopolistica’ (cfr. anche la serie dei Corali per Santa Maria Maggiore, iniziata proprio in questi anni). Formatosi probabilmente in ambito milanese nel quinto decennio del XV secolo, alla lezione appresa a Milano, in particolare dal Magister Vitae Imperatorum, il Balsemo rimarrà sostanzialmente fedele senza particolari evoluzioni stilistiche, ripetendo un apparato decorativo elegante, connotato dalle tipiche infiorescenze carnose, e da una narrazione pacata, talora corsiva, ma non priva di delicati accenti e comunque in grado di prestarsi in modo versatile alle più diverse occorrenze: libri liturgici, statuti (uno commissionatogli dal giureconsulto Antonio Bonghi intorno al 1480 e recante un bel ritratto del committente), cartografie.

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#iorestoacasa con l’Erbario di Guarnerino da Padova

Antonio Guarnerino da Padova, Herbe pincte, 1441. Mm 290 x 210 – (MA 592)

Il codice testimonia l’alta considerazione in cui nel Quattrocento si teneva l’erboristeria, coltivata con interesse scientifico, ed è emanazione della cultura medico-famacologica padovana sviluppatasi nell’Università. Un primo esempio di tali conoscenze è l’Erbario Carrarese del 1390 circa, conservato alla British Library di Londra: un riassunto in padovano di un trattato medico arabo, opera dell’eremitano Giacomo Filippo, per conto di Francesco Novello da Carrara.

L’illustratore del nostro codice si firma a f. 44r: Antonio Guarnerino, figlio di Bonaventura da Padova, con l’indicazione della città di Feltre (vivace centro umanistico, ben noto per la produzione di codici) e la data 1441, che colloca quindi l’Erbario della Mai in un’epoca piuttosto precoce.
Guarnerino è stato identificato con un pittore documentato nel 1404 in Castelvecchio e nel Palazzo degli Scaligeri a Verona. La firma è accompagnata da un’immagine dell’autore che si presenta come un botanico (abito ornato da pelliccia, proprio dei medici) e mentre regge una pianta e un coltello (o un pennello).

La prima parte dell’Erbario, contenente il volgarizzamento del De viribus herbarum di Macer Floridus e un estratto de El libro agregà de Serapion, tratta dei rimedi semplici, 74 piante la cui illustrazione, a penna e acquarello, è inserita in piccole scene che sembrano rifarsi alla tradizione dei Tacuina sanitatis, libri miniati lombardi del XIV secolo con suggerimenti per la salute mediante l’uso di erbe, l’alimentazione corretta, il corretto comportamento. Forse in questa parte l’illustratore aveva davanti immagini più antiche alle quali rifarsi, lo stesso Erbario Carrarese, o altri codici trecenteschi, come testimoniano gli elementi della moda esibita, che non corrisponde a quella in voga nell’anno di esecuzione.

La seconda parte del codice riporta grandi disegni di 152 piante, raffigurate con maggiore o minore realismo a seconda della possibilità di una conoscenza diretta da parte del pittore. Si spiega così che le piante montane, come ad esempio la genestrela piçola (primula, f. 47r), il ciclamen (ciclamino, f. 48r), la pulmonaria (polmonaria, f. 48v), la trinitas (erba trinità, f. 108r) e l’eleborus niger (elleboro nero, f. 108v), siano rappresentate con buona aderenza al dato naturale, e talora persino nel loro habitat sullo sfondo di rocce dolomitiche. Altre sono invece riprodotte secondo modelli botanici detti schemata, non naturalistici, in cui le piante sembrano già pressate e pronte per la conservazione in erbario e per lo studio teorico delle loro parti.

L’importanza per la storia della botanica e per la storia dell’arte dell’erbario conservato a Bergamo, come del coevo Codex bellunensis, sempre della British Library, consiste proprio in questo fatto: nel segnare il lento distaccarsi, nella raffigurazione delle piante, dallo schematismo simbolico e astratto medievale, rinnovando l’attenzione per il dato naturale già presente nella cultura tardogotica (si veda con quale mirabile esattezza Gentile da Fabriano raffigura il trifolium pratense nel prato fiorito del Polittico di Valle Romita a Brera) con una più appropriata concezione dello spazio e delle forme, desiderata dall’incipiente gusto rinascimentale. La riflessione maturata in ambito universitario sulle virtù terapeutiche della flora e sull’importanza di sapere riconoscere e descrivere con precisione le piante officinali ebbe modo di esprimersi anche nella volontà di documentarne il vero aspetto attraverso l’immagine dipinta in modo obiettivo ed esatto, possibilmente dal vero.

In linea con l’impostazione dell’Università di Padova, il testo cita spesso autori arabi: il medico Abu Maser al Muchtar ibn Botlan, di Malaga (XI sec.), convertitosi al Cristianesimo e quindi molto celebre in Occidente; il geografo al-Idris e infine il più grande medico arabo, Abdallah ibn Ahmad (XIII sec.), cui si deve l’inventario generale e ufficiale della materia medica (farmacologia, erbe, rimedi semplici).

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#iorestoacasa con la Lucia di Lammermoor

Gaetano Donizetti, Lucia di Lammermoor. Dramma tragico per il Regio Teatro di San Carlo, Napoli, estate 1835; parole di Salvatore Cammarano. Partitura autografa di 181 fogli – (Cassaf. 6.12).

Già all’epoca della prima esecuzione dell’opera, avvenuta al Teatro San Carlo il 26 settembre 1835, la partitura autografa della Lucia di Lammermoor fu acquisita dall’editore napoletano Guglielmo Cottrau, socio di Giuseppe Girard. La casa editrice partenopea infatti, a quell’epoca, aveva la proprietà di tutte le opere rappresentate nei teatri napoletani San Carlo e Nuovo, essendo anche appaltatrice della copisteria incaricata di copiare le parti per gli esecutori. Per un secolo, quindi, la partitura dell’opera donizettiana restò in possesso della casa editrice.

Da segnalare, nel 1866, un’annotazione manoscritta e un timbro posti al recto del primo foglio, volti a certificare l’autenticità dell’opera, ai fini della tutela del diritto d’autore. Ciò a seguito della legge del 20 giugno 1865 (la prima legge unitaria italiana sul diritto d’autore) e del Regio Decreto n. 2439 del 29 luglio successivo. L’organo dell’amministrazione centrale competente in materia era il Ministero dell’agricoltura e del commercio, in seno al quale operava un apposito «Ufficio della proprietà letteraria».

Nel 1935 Giovanni Treccani degli Alfieri acquistò, tramite il libraio antiquario Casella di Napoli, dagli eredi degli editori Girard e Cottrau, il prezioso manoscritto, prima che questo prendesse la via dell’America, come si legge nell’annotazione autografa dello stesso Giovanni Treccani posta sul foglio di guardia anteriore. Industriale del settore tessile e senatore del Regno nel 1924, Treccani degli Alfieri fondò, l’anno successivo, l’Istituto Giovanni Treccani per la pubblicazione dell’Enciclopedia Italiana e del Dizionario Biografico degli Italiani. Il grande mecenate promosse successivamente un’elegante edizione in facsimile della partitura donizettiana, che uscì nel 1941, con tiratura limitata a 300 esemplari, per l’editore milanese Bestetti, con note introduttive di Guido Zavadini (Parma, 1868 – Bergamo, 1958), musicologo e primo conservatore del Museo Donizettiano di Bergamo. Al verso del piatto anteriore della partitura troviamo l’ex libris prestampato di Giovanni Treccani degli Alfieri; alla sua morte, avvenuta nel 1961, la partitura rimase in possesso dei discendenti. Nel 1985 la famiglia Perolari ne finanziò l’acquisto da parte del Comune di Bergamo, che ne venne in possesso il 19 marzo di quell’anno, come si ricava da altra annotazione autografa di Aldo Perolari. Da allora la partitura è custodita nel caveau della Biblioteca Mai.

Nel 2006, grazie a un finanziamento del Ministero dei Beni Culturali, si è proceduto alla digitalizzazione dell’intera partitura, che è possibile sfogliare sul portale Internet Culturale.

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#iorestoacasa con i giornali rivoluzionari bergamaschi

Giornali rivoluzionari bergamaschi

I primi giornali bergamaschi videro la luce nel clima rivoluzionario seguito all’ingresso delle truppe napoleoniche in Città nel Natale del 1796. Tre mesi dopo, il 23 marzo 1797, venne proclamata la Repubblica Bergamasca e il 23 maggio uscì Il patriota bergamasco. Bisettimanale, pubblicato dalla stamperia Rossi, è composto su quattro pagine, scritte su due colonne; usciva il martedì e il venerdì e riportava anche la data del nuovo calendario francese. Il costo per l’‘associazione’ era di «sette lire anticipate per semestre». Secondo lo storico Bortolo Belotti, responsabile della pubblicazione fu l’ex abate Giuseppe Alberghetti, insegnante di Logica nelle scuole della Misericordia Maggiore.
In prima pagina compare la rubrica Al popolo, scritta sotto forma di proclama alla cittadinanza. Molto risalto viene dato alle notizie francesi e agli editti di Napoleone che, secondo il redattore, «S’occupa giorno e notte per farci felici». Gli articoli di cronaca cittadina sono caratterizzati da una forte polemica antinobiliare e anticlericale; la cronaca nazionale Varietà patrie raccoglie i dispacci provenienti dalle città italiane. Il giornale terminò le pubblicazioni il 10 novembre 1797.

Dal 4 luglio dello stesso anno prese avvio un altro bisettimanale, il Giornale degli uomini liberi, per i tipi di Gianbattista Locatelli, stampatore ufficiale della Repubblica Bergamasca. Compilato da Giuseppe Muletti, repubblicano guardingo ma anche aspro combattente, avverso agli interessi dei nobili e degli ecclesiastici, entrò in competizione e polemica con Il patriota, accusato di opportunismo e superficialità, e si propose come pragmatico veicolo del credo rivoluzionario, apertamente critico anche nei confronti della Municipalità aderente alla Rivoluzione. Molto simile al concorrente per contenuti e grafica, anche il Giornale usciva il martedì e il venerdì, sospendendo le pubblicazioni il 3 aprile del 1798. La breve ripresa, dal 3 luglio al 24 ottobre 1800, vide sull’ultimo numero una sorprendente ritrattazione di Muletti, che scrive: «unicamente spinto dalla dura necessità di procacciarsi il vitto, e vestito, si è indotto all’odioso espediente di vendere la delazione e la calunnia».

Tre giorni dopo la prima chiusura del Giornale, il 6 aprile 1798, la tipografia Rossi iniziò la vendita (3 lire milanesi a trimestre) del Foglio periodico del Dipartimento del Serio, che vedrà la luce per 24 numeri. I compilatori (anonimi) dichiarano nella presentazione di prendere spunto dal periodico predecessore, ma di volerne evitare i difetti, riscontrabili in un eccesso polemico fine a sé stesso, che scadeva a volte nel pettegolezzo. Nella sezione Notizie patrie si fa portavoce delle discussioni politiche in seno al Circolo costituzionale, composto da illustri cittadini ‘illuminati’. Nell’ultimo numero del 30 giugno 1798, lamentando l’assenza di libertà di stampa nella Repubblica Cisalpina (nella quale fin dall’anno prima era confluita la Bergamasca), i compilatori del Foglio annunciarono ai lettori che «tralasceranno di scriverlo fino a’ tempi migliori, e al totale sviluppo della libertà, dell’eguaglianza, della forza Costituzionale».

Sfoglia i giornali in versione digitale sul sito della BDL:
Il patriota bergamasco
Giornale degli uomini liberi
Foglio periodico del Dipartimento del Serio

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#iorestoacasa con Giovannino de’ Grassi

Giovannino de Grassi e bottega, Taccuino di disegni, fine XIV sec. – inizio XV sec. Mm 260 x 186 (max.) – (Cassaf. 1.21).

Il Taccuino rappresenta forse il più prezioso codice conservato presso la Biblioteca Mai. Si tratta di un manufatto molto particolare: la raccolta di disegni di una bottega di artisti tardomedievale. Nel Medioevo e in parte anche nel Rinascimento era consuetudine che si conservassero presso la bottega disegni di modelli, spesso opera del maestro principale, da riutilizzare nelle opere di pittura, scultura, miniatura, ma anche nella realizzazione di gioielli, tessuti, decorazioni parietali. I primi otto fogli del Taccuino sono stati riconosciuti da tempo come di mano di Giovannino de Grassi (il cui nome compare a f. 4v, in scrittura gotica), poliedrico artista lombardo, documentato presso la Fabbrica del Duomo di Milano dal 1389 fino alla morte, avvenuta nel 1398. Della bottega facevano parte anche il fratello Paulino e il figlio Salomone, anch’egli scomparso probabilmente nel 1400.

Giovannino è artista di grande importanza sia come architetto che come miniatore, pittore, orafo e scultore. Per il Duomo di Milano, cantiere avviato sotto la signoria di Gian Galeazzo Visconti, che raccolse diversi artisti europei, francesi e boemi, il de Grassi realizzò molte opere, in gran parte perdute. Sopravvive una scultura con la Samaritana al pozzo, sopra il lavabo della sacrestia meridionale, ma soprattutto a Giovannino si deve il disegno dei capitelli dei pilastri maggiori, con corona di sculture ambientate in nicchie a trafori gotici (si veda il secondo pilastro a sinistra, all’ingresso del coro), nonché il disegno per i trafori dei due finestroni laterali del deambulatorio. A Giovannino spettò anche il progetto della sezione trasversale del Duomo e la realizzazione di un modellino in legno, che venne completato dopo la morte dell’artista e che la Fabbrica del Duomo conservò gelosamente e fece rispettare nelle successive fasi di costruzione dell’edificio.

Come miniatore, il capolavoro di Giovannino è il Libro d’ore di Gian Galeazzo Visconti (Biblioteca Nazionale di Firenze), che con il Taccuino di Bergamo presenta moltissime affinità e riprese di modelli. Il Taccuino posseduto dalla Mai, già appartenuto al conte Leonino Secco Suardo, che lo donò alla Biblioteca all’inizio del XIX secolo, contiene: splendidi disegni di animali, che in parte sembrano già realizzati dal vero, con una coscienza naturalistica molto spiccata; disegni di dame che cantano e suonano una piccola arpa; seguono disegni di bottega, esemplati sui modelli del maestro, fra i quali si distinguono un fascicolo dedicato prevalentemente agli uccelli e una serie di lettere dell’alfabeto figurate, che richiamano un’abitudine, nota anche da incisioni, molto diffusa nel Nord Europa e in Boemia.

Sfoglia il Taccuino in verisone digitale sul sito della Biblioteca Digitale Lombarda.

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Emergenza COVID-19

In attuazione del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri dell’11 marzo 2020, la Biblioteca rimarrà chiusa al pubblico fino al 3 aprile 2020. I prestiti in corso verranno automaticamente prorogati di 30 giorni.
Raccomandiamo vivamente ai cittadini di attenersi a tutte le indicazioni emanate, allo scopo di collaborare alla preservazione della propria salute e di quella degli altri.

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