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La Divina Commedia nel commento di G. A. Scartazzini

Tra le più longeve e fortunate nella storia della critica dantesca, la Divina Commedia Scartazzini-Vandelli viene riproposta da oltre un secolo con indiscussa fedeltà per il testo, l’apparato critico e le soluzioni grafiche adottate tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Dare conto delle origini, delle evoluzioni e delle puntuali ristampe di questo testo impone uno scavo nella biografia intellettuale dell’uomo da cui scaturì la celebre edizione pubblicata da Ulrico Hoepli, per la prima volta nel 1893. Il grigionese Giovanni Andrea Scartazzini nacque a Bondo, in val Bregaglia, nel 1837. Quello che ben più tardi Michele Barbi avrebbe definito uno dei dantisti più operosi acquistò presto confidenza con i versi danteschi, letti presso il focolare domestico ancor prima di intraprendere gli studi teologici a Basilea e a Berna conclusisi nel ministero di pastore riformato, esercitato in borghi a ridosso degli alpeggi svizzeri, dove la Commedia dantesca gli rimase compagna fedele, seconda per costanza alla sola Bibbia, nutrimento del suo apostolato.

Studioso instancabile, Scartazzini mutò più volte posizione, corresse e ampliò la propria visione attorno all’opera del sommo poeta. In merito al proprio lavoro ebbe a esternare il piccol vanto di aver architettato uno spoglio sistematico, onnipervasivo al punto da spaziare tra il Trecento più coevo a Dante e l’edizione romana della Commedia curata da Baldassarre Lombardi nel 1794. Gli scritti scartazziniani su Dante recano, dunque, oltre cinque secoli di esegesi al proprio seguito, senza contare gli innumerevoli riferimenti biblici, la teologia cristiana medievale e, su tutto, san Tommaso e la sua Summa. Insegnante per un periodo presso la Scuola Cantonale di Coira, Scartazzini operò nel pieno bilinguismo; duplice, pertanto, anche la sua scrittura, sensibile alla ricezione in area tedesca dei contenuti della tradizione letteraria italiana. Oltre a occuparsi di Dante, infatti, tra il 1871 e il 1883 il pastore grigionese curò due edizioni della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso e una del Canzoniere di Francesco Petrarca per l’editore Brockhaus di Lipsia, fedele compagno di strada nelle iniziative editoriali dello studioso in Germania. Nel 1869 Scartazzini entrò a far parte della Deutsche Dante-Gesellschaft, la società dantesca sorta pochi anni prima attorno a Karl Witte e sotto l’egida di re Giovanni di Sassonia, traduttore della Commedia in lingua tedesca. Di lì a poco Scartazzini si sarebbe cimentato nella complessa opera di raccolta e organizzazione del materiale poi confluito nel commentario allegato all’editio maior, ancora una volta lipsiense, della Divina Commedia, edita a partire dal 1874 in quattro volumi, dedicati alle tre cantiche dantesche con l’aggiunta di un quarto di Prolegomeni, una lettura propedeutica riguardo la vita e le opere dell’Alighieri.

Il frontespizio dei quattro volumi che costituiscono l’editio maior della Divina Commedia commentata da Scartazzini, edita a Lipsia dall’editore Brockhaus tra il 1874 e il 1890.

In concomitanza con l’uscita del Purgatorio nel 1875, Scartazzini fece ritorno a casa, chiamato a esercitare le proprie mansioni spirituali a Soglio, dove nel 1880 gli avrebbe fatto visita Ulrico Hoepli. Da questo incontro scaturì, anzitutto, la pubblicazione dei due volumi dedicati a Dante in Germania, tra il 1881 e il 1883, opera nella quale l’autore spazia da un profilo storico-critico della letteratura dantesca alemanna ai risultati più recenti della filologia e dell’assiduità letteraria. Seguirono a breve distanza due manualetti dedicati alla Vita e alle Opere di Dante, testi che segnalano la precocità di una tendenza divulgativa volta a intercettare interesse e studio tra i banchi di scuola e tra gli appassionati digiuni di accademismo. Questi libri di piccolo formato tascabile vennero compattati in seconda edizione nel volume Dantologia, di una decina d’anni successivo. Nel 1884 Scartazzini dovette lasciare le terre natali e si stabilì a Fahrwangen, in Argovia. Qui trascorse gli ultimi diciassette anni di vita, approntando l’editio minor della sua Divina Commedia e redigendo tra il 1896 e il 1899 un’Enciclopedia Dantesca, vero e proprio dizionario dedicato alla vita e alle opere di Dante, in tre volumi e per quattro tomi complessivi, con l’ultimo volume affidato più tardi da Ulrico Hoepli alle cure di Antonio Fiammazzo nel 1905.

Il frontespizio del primo volume di Dante in Germania edito nel 1881 da Hoepli, come la successiva manualistica qui esemplificata dalle copertine del tascabile dedicato alla Vita di Dante e della riassuntiva Dantologia del 1894.
Chiude il frontespizio del primo volume dell’Enciclopedia Dantesca.

Terminata la stampa dell’editio maior della Commedia con il quarto volume del 1890, Scartazzini e Hoepli maturarono il proposito di trasfondere i contenuti poderosi accumulati nell’edizione tedesca in una nuova versione, agile e manuale, del poema dantesco. Nacque in questo modo la benemerita edizione hoepliana con il commento dello studioso svizzero, nell’intento lungimirante di allargare la platea dei lettori, uscendo dagli angusti ambiti delle università del tempo. Il testo si impose come modello di presentazione dei versi di Dante, rispondendo a una precisa vocazione didattica di Scartazzini. In capo a ogni canto, infatti, il curatore appose una scheda riassuntiva che non funzionasse da semplice argomento, ma ricordasse per profondità le rubricae degli antichi chiosatori amanuensi. I canti vennero inoltre suddivisi in episodi, corredati da un paratesto che descrive lo svolgimento degli eventi, anticipando gruppi di note contenenti più specifici rimandi culturali per gruppi di terzine. Questo schema efficace era stato inaugurato già nell’edizione lipsiense, e più precisamente a partire dal XXV canto del Purgatorio, ma trovò nel volume hoepliano la sua più netta realizzazione, con l’aggiunta di elementi indicativi del titolo, della materia, del luogo e della porzione dei versi contenuti nella sottostante pagina.

La pregevolissima copertina dell’editio minor impressa da Ulrico Hoepli nel 1893 con relativo frontespizio.

Di questa prima edizione venne realizzata un’ulteriore stampa in quattro tomi, relativi alle cantiche dantesche e al rimario, con indice dei nomi propri e delle cose notabili.

Giovanni Andrea Scartazzini si spense nel 1901, non prima di aver sottoposto due volte a revisione la sua Commedia hoepliana, tra il 1896 e il 1899, e dopo aver atteso a una nuova edizione dell’Inferno edito da Brockhaus nel 1900. L’eredità italiana, volta a non snaturare il messaggio didascalico del testo impresso a Milano, venne raccolta da Giuseppe Vandelli, filologo allievo di Pio Rajna e successivo curatore di un nuovo canone per l’edizione della Commedia in occasione del cosiddetto Dante del Centenario promosso nel 1921. Il dantista modenese associò il proprio nome a quello di Scartazzini a partire dalla quarta edizione promossa da Hoepli nel 1903, quando anche il rimario venne perfezionato con l’intervento di Luigi Polacco. Da questo momento in poi Vandelli dedicherà venticinque anni di impegno al rinnovo della proposta scartazziniana, con un particolare occhio di riguardo alle scuole. Un nuovo punto di svolta nella costante revisione al testo venne offerto nel 1929, quando l’opera venne data alle stampe per la decima volta specificando l’impiego del nuovo testo critico decretato dallo stesso curatore e accolto dalla Società Dantesca Italiana.

Il frontespizio dell’edizione del 1903, quarta per ordine e per la prima volta curata da Giuseppe Vandelli.
A lato il frontespizio della diciottesima edizione del testo, pubblicata nel 1964, alla vigilia del celebre centenario dantesco dell’anno successivo.

Anche per Gabriele d’Annunzio il testo diverrà il mio Dante scolastico, fittamente postillato e conservato presso la biblioteca del Vittoriale. Il preciso richiamo a un’impronta didattica fece del commento scartazziniano un modello da imitare per le edizioni scolastiche della Commedia, un sottogenere rigoglioso, sorto nell’ambito della dantistica proprio nei primi decenni del Novecento. A richiamarsi all’impostazione offerta al volume hoepliano fu anche Natalino Sapegno, sulla cui editio minor per le scuole, mediata da guide paratestuali, si sarebbero formate diverse generazioni di studenti e appassionati dalla metà del Novecento. La Scartazzini-Vandelli avrebbe influito anche sui successivi testi approntati da Siro Chimenz, per UTET negli anni Sessanta, e da Umberto Bosco e Giovanni Reggio, curatori nel 1979 presso l’editore fiorentino Le Monnier di una Commedia ad uso scolastico ancora molto gettonata. Una menzione a sé stante in termini di prestigio merita l’edizione del commento scartazziniano-vandelliano dato alle stampe dalle Lettere a Firenze tra il 1978 e il 1980, con le celeberrime illustrazioni di Gustave Doré e la prefazione del Presidente della Società Dantesca Italiana Francesco Mazzoni.

Nel 2011 l’editore Hoepli ha promosso l’ennesima ristampa di un testo giunto alla ventunesima edizione e che già un secolo addietro, nel 1910, poté definirsi un successo editoriale, con una vendita di oltre 16000 copie, numero ben ragguardevole per il mercato librario del tempo. Guglielmo Gorni ha definito l’edizione Scartazzini-Vandelli della Commedia quale paradigma di continuità nell’esegesi del poema, un testo dunque duraturo quanto gli auspici e gli elogi che lo hanno accompagnato in questo ultracentenario cammino. In occasione dell’attuale anniversario dantesco la terra di origine ha dedicato allo studioso grigionese una mostra monografica intitolata Giovanni Andrea Scartazzini. Dantista, teologo, pubblicista, presso il Museo Etnografico Ciäsa Granda di Stampa, in Bregaglia, a 120 anni dalla scomparsa di questo illuminato chiosatore di montagna, tra il Nord e il Sud delle Alpi, lontano da biblioteche e grandi istituzioni, in una sorta di esilio patrio che molto rivela, come scrisse Mazzoni, della grandezza e della solitudine di Scartazzini.

Per quanto attiene le numerose stampe della Divina Commedia con il commento di G. A. Scartazzini presenti in Biblioteca, ci limitiamo a segnalare quella del 1893, la prima hoepliana, con segnatura Galleria Cass. III E 4 8 e Excav. 1 3699/1-4, e quella del 1903, dove viene fissato il nuovo canone al testo approntato da Giuseppe Vandelli, con segnatura Sala 24 Y 6 19. Per una consultazione più prossima a noi si indica l’edizione con segnatura Sala 40 Z 3 41. Versione digitale
L’edizione lipsiense Brockhaus in quattro volumi della Divina Commedia con il commento scartazziniano è consultabile in Biblioteca con segnatura Sala 2 Picc. 7 1-4. Versione digitale (Inferno)
I due volumi dell’opera Dante in Germania editi da Ulrico Hoepli tra il 1881 e il 1883 sono consultabili in Biblioteca con segnatura Salone P 4 5-6. Versione digitale (Parte Prima)
I due manualetti Hoepli dedicati alla Vita di Dante e alle Opere di Dante sono consultabili in Biblioteca con segnatura Sala 34 W 1 313/1-2; compattati nella seconda edizione intitolata Dantologia. Vita e opere di Dante Alighieri con segnatura Sala 34 W 1 18. Versione digitale (Opere di Dante)
L’Enciclopedia Dantesca promossa da Scartazzini e conclusa da Fiammazzo presso Hoepli in tre volumi per quattro tomi complessivi è consultabile in Biblioteca con segnatura Cons. F 2 13/1-4. Versione digitale (Volume I. A-L)
Per la vita e l’operato di G. A. Scartazzini si segnala la biografia dedicatagli da Reto Roedel per la casa editrice Elvetica di Chiasso nel 1969, consultabile in Biblioteca con segnatura Sala 40 L 1 103.

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Premio Internazionale Giacomo Quarenghi 2020

Sabato 16 ottobre alle ore 17.00, nella Sala Consiliare del Municipio di Bergamo – Palazzo Frizzoni, si terrà la cerimonia di consegna della VI Edizione del Premio Internazionale Giacomo Quarenghi, conseguito dalla Fondazione Tchoban di Berlino.

Alessandro De Magistris del Politecnico di Milano terrà la Laudatio della Fondazione premiata, a cui seguirà da parte del Presidente della Fondazione, Sergei Tchoban, la Lectio Magistralis, sul tema: The Dialogue in Drawing through the Centuries. Architectural Drawings of Italy and Russia.
Ai presenti sarà distribuito il testo in traduzione italiana.

La cerimonia si svolgerà nel rispetto delle normative anticovid: mascherina, mantenimento della distanza, accesso alla Sala Consiliare consentito a non più di quaranta persone; si consiglia pertanto la prenotazione scrivendo a segreteria@osservatorioquarenghi.org.
La ripresa video della cerimonia sarà disponibile sul canale YouTube di Osservatorio Quarenghi a partire dalle ore 17.00 di lunedì 18 ottobre.

Scarica la locandina dell’evento.

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Commento alla Divina Commedia d’Anonimo fiorentino del secolo XIV

Nel 1860 a Bologna fu fondata la “Commissione per i Testi in Lingua” dall’allora governatore delle Province dell’Emilia, Luigi Carlo Farini, e dal Ministro della Pubblica Istruzione, Antonio Montanari. L’associazione culturale nasce con lo scopo di ricercare i caratteri di una lingua italiana unitaria attraverso codici ed edizioni rare del Trecento e Quattrocento: l’intento viene tuttora perseguito – unitamente alla promozione di studi letterari e linguistici di grande valenza filologica – con la pubblicazione di due collane storiche, la «Scelta di curiosità letterarie inedite o rare» e la «Collezione di opere inedite o rare dei primi tre secoli della lingua».

Proprio in quest’ultima collana, tra il 1866 e il 1874, viene pubblicata l’unica edizione a stampa ad oggi esistente del raro Commento alla Divina Commedia d’Anonimo Fiorentino, a cura di Pietro Fanfani, storico, patriota e filologo impegnato nella difesa dell’integrità e della purezza della lingua italiana, necessario collante per l’unità nazionale.

Collocabile tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo, questo commento in volgare è giunto a noi trasmesso da almeno quattro manoscritti (due dei quali contengono il solo Inferno, un terzo l’Inferno e il Purgatorio e l’ultimo parte del Purgatorio e il Paradiso). I più completi sono il Codice Riccardiano 1013 e il Riccardiano 1016, custoditi presso l’omonima biblioteca di Firenze: Fanfani si è basato soprattutto sul secondo, che contiene Inferno e Purgatorio; il manoscritto 1013 riporta invece un parziale commento al Purgatorio e il commento completo del Paradiso, versioni “toscanizzate” di un altro famoso commento, quello di Iacopo della Lana bolognese.
L’attribuzione del testo è stata molto controversa: Pietro Fanfani ha atteso alla pubblicazione del Commento convinto che fosse integralmente dell’Anonimo, confessando poi nella prefazione all’ultima Cantica di aver constatato durante gli studi il debito dell’Anonimo verso Della Lana per il Paradiso e parzialmente anche per il Purgatorio. Costretto quindi a rinunciare alla pubblicazione dell’appendice filologica annunciata nel primo volume, Fanfani afferma: “Questa edizione doveva avere anche uno spoglio filologico; ma la stessa ragione dell’essere [il Commento] per quasi due terzi conforme al commento detto Laneo, mi ha sconsigliato dal farlo, trovandosi, ed abbondantissimo, nella edizione del Della Lana fatta dallo Scarabelli. Si contenti dunque il lettore di avere per l’Inferno, e per quasi mezzo il Purgatorio, un bel commento originale dell’Anonimo fiorentino; e per il rimanente il commento Laneo più corretto, e con qualche variazione. E viva felice.”

L’attribuzione è stata oltremodo complicata dalla mancanza di notizie su questo autore: l’appellativo “fiorentino” è stato attribuito da Fanfani e deriva dall’uso e dal senso di parole toscane nel testo; ma soprattutto dalle numerose notizie di toponomastica, folklore e onomastica fiorentina che costituiscono il tratto più caratteristico del Commento. Carattere originale e prevalente in tutta l’opera è l’interesse per la storia, anzi, per la cronaca cittadina documentata sia dal ricorso a testi romanzati e popolari, sia dalle testimonianze tratte dalla citatissima Nuova Cronica di Giovanni Villani, che compare in 42 luoghi dell’Inferno e in 22 del Purgatorio.

Di grande importanza per gli studiosi sono le (poche) chiose in cui l’Anonimo cita la Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi di Dino Compagni che rappresentano l’unica testimonianza, nelle prime decadi del Quattrocento, della circolazione manoscritta dell’opera, scoperta solo nel 1324 dopo la morte dell’autore e, come noto, lungamente celata nell’archivio familiare in ragione dei duri giudizi su personaggi e potenti contemporanei.

Alle cronache fiorentine riportate nel Commento ha sicuramente attinto Giovacchino Forzano, librettista del Gianni Schicchi di Giacomo Puccini: l’opera prende spunto dal breve episodio del XXX canto dell’Inferno – ispirato ad un fatto realmente accaduto ad un membro della famiglia Cavalcanti – dove il protagonista viene condannato come “falsatore di persone”. Da segnalare come nel libretto vengano citati particolari presenti solo nel testo dell’Anonimo (la beneficenza di Buoso per guadagnarsi un posto in paradiso, l’occultamento del cadavere, il timore di essere scoperto che frena la ribellione di Simone, ‘la cappellina’, ‘l’opera di Santa Reparata’, ‘la migliore mula di Toscana’, ecc.) che il Forzano sfrutta ampiamente ed efficacemente nell’opera.

Nonostante la maggior parte degli studiosi concordi nel designare il Commento un “centone” – cioè un testo composto da un collage di frasi di autori od opere diversi, unite a formare un’opera originale – non si può non riconoscere all’Anonimo originalità nell’organizzare le fonti esegetiche pregresse, consultate e riportate in modo più ampio rispetto ad autori precedenti: oltre a Iacopo Alighieri, al Lana, all’Ottimo (Andrea Lancia), l’Anonimo conosce infatti Pietro Alighieri, Guido da Pisa, le Esposizioni sopra la Comedia del Boccaccio, il Commento di Benvenuto da Imola. Rispetto a questi precedenti commentatori, le sue note presentano un maggior numero di citazioni classiche, con versi di Lucano, Orazio, Ovidio, Valerio Massimo, Tito Livio e soprattutto Virgilio, considerato dall’Anonimo l’ispiratore della Commedia dal punto di vista sia letterario sia allegorico; particolare attenzione nelle chiose viene dedicata anche alla mitologia, che offre spunto a frequenti e amplissime divagazioni. Queste citazioni classiche si ritrovano soprattutto dal manoscritto, nel quale compaiono anche le note in lingua latina non riportate nella edizione a stampa da Fanfani che, condizionato dalla difficoltà delle citazioni dense di abbreviazioni, sceglie il volgarizzamento dell’Anonimo.
L’Anonimo autore dimostra non comune conoscenza delle fonti romanze, con particolare riguardo per testi letterari oggi da noi conosciutissimi: il Decameron di Boccaccio, varie opere di Petrarca (Epistole, De Vita solitaria, la canzone Italia mia, citazioni dai Rerum vulgarium fragmenta), sonetti di Guinizelli e Cavalcanti e soprattutto il Tresor di Brunetto Latini. L’Anonimo padroneggia perfettamente l’intera opera di Dante (i rinvii ad altre parti della Commedia ne sono una prova) e soprattutto le sue opere minori: nel canto XXIII del Purgatorio compare la più antica testimonianza indiretta della tenzone poetica tra Dante con Forese Donati, i cui sonetti sono contenuti nelle Rime.

Nonostante questi caratteri distintivi, l’Anonimo fiorentino non ha finora avuto grande influenza nella tradizione di commento dantesca, soverchiato dalle figure di Boccaccio, di Benvenuto da Imola, di Francesco da Buti, suoi più illustri predecessori. Questo Commento è quindi a tutt’oggi l’unica edizione a stampa pubblicata: i tre volumi si compongono del solo commento in volgare, a cui il curatore fa precedere il testo dei canti, corredati da note in calce per una maggiore completezza e comprensione.

 

Commento alla Divina Commedia d’anonimo fiorentino del secolo 14., ora per la prima volta stampato / a cura di Pietro Fanfani. – Bologna : Gaetano Romagnoli, 1866-1874. – 3 volumi ; 24 cm.
COLLOCAZIONE: Salone Cass. III L 2 10-12

Tomo I
Tomo II
Tomo III

Riccardiana 1013
Jacopo della Lana, Commento alla Commedia
Riccardiana 1016
Anonimo fiorentino, Commento all’Inferno e al Purgatorio

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La prima Commedia stampata a Bergamo, 1752

Alla generale crescita del mercato editoriale italiano del Settecento, coopera anche la produzione dantesca. La fortuna di Dante nel diciottesimo secolo, è documentata dalla ripresa delle pubblicazioni, una quarantina sono le edizioni, e dal vivace dibattito erudito e critico tra recensori alimentato dalla copiosa produzione e circolazione delle riviste letterarie. Grande è l’interesse attorno alle edizioni della Commedia dantesca sulle pagine delle gazzette letterarie, tempestive annunciatrici delle novità di stampa e sedi delle dotte diatribe valutative tra giornalisti ed editori.
In ambito veneto si raffinano le strategie editoriali e si producono edizioni dei classici della letteratura alla luce della ricerca documentaria sostenuta dal fervore degli studi municipali.
E’ in questo clima che, nel 1752, si realizza la prima edizione bergamasca della Divina Commedia ad opera di due eruditi abati: Jacopo Migliorini (abate Calisto) e Pierantonio Serassi rispettivamente editore e curatore del volume.

Jacopo Migliorini detto Calisto (Carona, 1703-Bergamo 1781) compie i primi studi che completa a Bergamo, tra Carona e Zogno; diviene abate a Milano sotto la guida di Girolamo Tagliazucchi specializzandosi nelle lingue antiche. Tornato a Bergamo, partecipa alla rifondazione dell’Accademia degli Eccitati. Nel 1741 apre in Borgo San Leonardo in Città una tipografia utilizzando, per non esporsi come ecclesiastico, il nome accademico di Pietro Lancellotti. Sin dal 1745 collabora all’impresa Pier Antonio Serassi, allora poco più che ventenne suo ex allievo nel Seminario bergamasco. Della intensa collaborazione di Serassi in almeno una o due edizioni l’anno, rende conto un fitto carteggio iniziato nel 1755 e che durerà per vent’anni.

Pierantonio Serassi (Bergamo, 1721- Roma, 1791) abate, letterato e studioso del Tasso, segretario del cardinale Giuseppe Alesandro Furietti. Appartenente alla nota famiglia di organari, dopo gli studi al seminario di Bergamo, si trasferisce a Milano, al collegio di Brera, venendo in contatto con Pietro e Alessandro Verri, Giuseppe Parini, Gian Carlo Passeroni, Carl’Antonio Tanzi e Domenico Balestrieri. Nel 1741 veste l’abito clericale e torna a Bergamo venendo da subito coinvolto nell’impresa editoriale in veste di consulente da subito indirizzando la sua ricerca verso lo studio biografico dei letterati condotto attraverso l’indagine delle fonti e dei documenti, in particolare quelli epistolari. Come numerosi eruditi del XVIII secolo, Serassi ha interessi di studio ampi documentati dalle sue pubblicazioni, dal ricco epistolario e dalla preziosa Raccolta tassiana acquistata nel 1869 presso gli eredi, insieme a molte altre sue carte, dalla Biblioteca Civica Angelo Mai. Come segretario di Furietti, l’abate Serassi si adopera per il compimento della volontà testamentaria del Cardinale per la fondazione a Bergamo una biblioteca pubblica. A Pierantonio Serassi si deve la più nota e documentata Vita di Torquato Tasso (I-II, Roma 1785; poi Bergamo 1790).

La collaborazione tra Serassi e Lancellotti si concretizza in quattordici edizioni letterarie, molte di poesia, tra le quali figurano le Rime di Pietro Bembo (1745) che ripubblica nel 1753, quelle di Petrarca (1746), di Poliziano (1747), di Bernardo Tasso (1749) e molte altre, tutte caratterizzate dalla presenza di una documentata vita dell’autore.

Nel 1752 Lancellotti pubblica con Serassi il testo della Commedia dantesca. L’edizione richiama modelli cinquecenteschi nel formato, nei caratteri e nella mise en page. La scelta cade sulla ripresa del ‘libro da mano’, il testo poetico è contenuto in un solo volume in 12° (mm 140×80) di 640 pagine. Il frontespizio riporta una xilografia di un puttino alato, una delle tre marche tipografiche note di Pietro Lancellotti,

le pagine sono ornate da capilettera xilografici, il testo è disposto su una colonna.

Il testo della Commedia, che riprende il commento di Lodovico Dolce apparso per la prima volta nella edizione giolitina del 1555, riporta una scelta di commenti antichi e moderni (da Giovanni Boccaccio a Gian Vincenzo Gravina). Serassi nella dedica al giovane Girolamo Sottocasa dichiara di aver rivisto e accresciuto le edizioni della Crusca (1595) e le note di Dolce grazie alla consultazione di un Codice “antichissimo” appartenente a monsignor Albani, arcidiacono della Cattedrale di Bergamo.

Precisa inoltre di aver corredato il testo poetico con L’Indice delle voci oscure e quello delle Materie concentrando la massima cura nel Rimario “che ci è costato una ostinatissima fatica, l’abbiamo creduto utilissimo non meno per uso di chi compone, che quasi per una nuova maniera d’indice”.

La Vita di Dante Alighieri, alle pagine VII-XVII, secondo il costume del periodo, si chiude con il profilo psicologico e morale del poeta. La Vita avrà anche una propria vicenda editoriale con diverse ristampe sino a metà Ottocento, mentre dell’edizione completa della Commedia serassiana si conta solo una ripresa milanese in tre volumi (Agnelli, 1816) purgata della prefazione.

Dell’edizione Lancellotti del 1752 la Biblioteca Angelo Mai conserva due esemplari in ottimo stato di conservazione e differenti solo nelle legature: originale in cartone ripiegato quella di Salone Cassapanca 3 F 1 25,

con legatura di restauro quella conservata alla segnatura Salone Loggia L 2 60.

Quest’ultima contiene alla carta bianca in fine testo alcuni appunti manoscritti sul testo dantesco e alla carta di guardia una nota a inchiostro con l’indicazione del prezzo di vendita Lire 4.10 di Milano.

 

La Divina Commedia di Dante. Con gli argomenti, allegorie, e dichiarazioni di Lodovico Dolce aggiuntovi la Vita del Poeta, il Rimario, e due indici utilissimi. Bergamo, Pietro Lancellotti, 1752
Collocazioni: Salone Cassapanca 3 F 1 25; Salone Loggia L 2 60.

Copia digitalizzata

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L’Inferno di Dante nelle acqueforti di Domenico Ferrari

Domenico Ferrari, pittore ed incisore trentino, si distingue nel panorama degli illustratori moderni della Divina Commedia per la sua adesione filologica al poema, priva di simbolismi e di interpretazioni soggettive. Le 36 acqueforti realizzate per la prima Cantica sono la sintesi di questo approccio inusuale alla Commedia: mentre molti artisti – Salvador Dalì su tutti – si sono lasciati “emozionare” dal poema creando immagini fortemente influenzate da suggestioni personali, Ferrari sceglie e si impone una assoluta fedeltà al testo. La scelta stilistica si è rivelata vincente e le illustrazioni sono state selezionate nel 2015 per le celebrazioni ufficiali del 750° anniversario della nascita di Dante: esposte al pubblico in una mostra tenuta a Palazzo Madama (unitamente a preziose edizioni della Commedia antiche e moderne), hanno rappresentato un ideale omaggio visivo al Poema, che si è unito a quelli sonori di Nicola Piovani (prima esecuzione pubblica di un suo commento originale alla Vita nuova) e di Roberto Benigni (lettura del canto XXXIII del Paradiso).

Nelle sue incisioni Ferrari coniuga in modo originale immagini e versi attraverso una sequenza prospettica per sovrapposizione: l’artista fonde in un’unica tavola testo ed illustrazione creando un disegno organico, un insieme verbale e visuale in cui la “storia prima” portante del viaggio nell’aldilà di Dante e Virgilio si intreccia con le “storie seconde” dei peccatori da loro incontrati nella discesa agli Inferi. Ferrari ha la capacità di rendere gli eventi in modo dinamico, ricomponendo sulla carta i due piani del racconto senza scinderli in immagini distinte e riuscendo a conferire alle illustrazioni una dimensione temporale specifica del linguaggio verbale: il risultato sono immagini che restituiscono il pathos del testo dantesco, sottolineando il piano narrativo e i nessi tra peccato e condanna.

«La sequenza prospettica di più scene che si sovrappongono nella stragrande maggioranza delle tavole, intrecciandosi a scritte e spazi bianchi, attiva nessi logico-temporali tra le singole immagini, restituendo loro la dimensione di “eventi”.» (Battaglia Ricci 2015, p. XX)

Le glosse verbali fungono non solo da fondamentale trait d’union tra le parti dell’illustrazione, ma ne divengono parte integrante ed inscindibile: l’artista crea un font originale, medievaleggiante, e gioca con la diversa grandezza dei caratteri, riuscendo a riprodurre visivamente la diversa intensità semantica e fonica dei versi.

«Nella scelta del carattere ho cercato di mediare fra quella che poteva essere una scrittura in stile gotico vicina all’epoca in cui Dante è vissuto ed una più leggibile. Ho realizzato anche le lettere allo stesso modo delle figure, utilizzando la tecnica della lacerazione per ottenere un segno vibrante.» (Domenico Ferrari)

Un’altra scelta inconsueta: Ferrari elimina dalla raffigurazione il Dante pellegrino e la sua guida. L’esclusione della presenza fisica e dell’ottica dantesca modifica profondamente la relazione tra immagine e fruitore: l’incisione è costruita assumendo il punto di vista del lettore, non più semplice spettatore di una storia che si snoda davanti ai suoi occhi ma soggetto direttamente coinvolto nella esperienza visionaria, con forte potenziamento della dimensione drammatica e dinamica. Noi vediamo ciò che vede Dante, i personaggi ci guardano mentre la loro colpa e la loro punizione si esplicitano davanti ai nostri occhi: siamo noi stessi in cammino negli abissi infernali.

Esemplare è l’incisione relativa al Canto V, nel quale Minosse, re cretese deputato da Dante alla scelta del girone in cui devono essere precipitate le anime dei dannati, viene rappresentato insieme a Paolo e Francesca, i due infelici amanti collocati nel girone dei lussuriosi: mentre la maggior parte degli artisti dedica tavole distinte, non collegate, ai due peccatori e al loro giudice, Ferrari raffigura Minosse nell’atto di emettere la sentenza contro i due innamorati, ricordando al lettore che secondo la concezione di Dante e del pensiero medievale questi sono comunque colpevoli e che un giudice inflessibile e bestiale, qui strumento della giustizia divina, ha emesso la sua sentenza, reinserendoli nella complessa architettura infernale alla quale il romanticismo ottocentesco li aveva sottratti.

Le scelte stilistiche di Ferrari sono valorizzate dall’uso della tecnica dell’acquaforte, già esaltata da Ludwig Volkmann, grande studioso ottocentesco della iconografia dantesca, come il mezzo più idoneo per far emergere «i pensieri, le vicissitudini e le narrazioni del Poeta». Secondo Ettore Lombardo «Ferrari utilizza la tecnica dell’acquaforte con rara maestria, ottenendo i più espressivi e vibranti contrasti tra spazi chiari e scuri, tra segni leggeri e profondi, grazie ad un sapiente dosaggio delle “morsure” ed alla cura, sempre attenta e scrupolosa, di ogni pur minimo dettaglio della composizione». Il segno morbido e nello stesso tempo graffiante dell’artista è esaltato dai contrasti di luce ed ombra, intensi accostamenti di bianco e nero che producono un effetto di grande e tragico dinamismo.

Le tavole (34 a illustrare i canti dell’Inferno, le altre 2 i “ritratti” di Dante e di Lucifero) sono state pubblicate dalla Salerno Editrice in un volume di grande formato, corredato dalla presentazione di Enrico Malato, dai saggi introduttivi di Lucia Battaglia Ricci e Riccarda Turrina, dal commento di Ettore Lombardo “Il racconto delle immagini” alle illustrazioni dei canti, e da una agile bibliografia di riferimento.

L’Inferno di Dante nelle acqueforti di Domenico Ferrari / presentazione di Enrico Malato ; saggi introduttivi di Lucia Battaglia Ricci e Riccarda Turrina ; programma iconografico di Ettore Lombardo. – Roma : Salerno, 2015. – XXIX, 130 p. : ill. ; 35 cm.
Collocazione: G 5 823

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Il commento alla Commedia di Niccolò Tommaseo

In un’epoca di straordinaria vivacità culturale quale fu l’Ottocento italiano, tra influenze romantiche e impulsi risorgimentali, un ruolo primario spettò a Niccolò Tommaseo (1802-1874). Nato in Dalmazia da genitori italiani, egli si distinse per pluralità di interessi: tessitore di vividi sodalizi intellettuali, letterato indomito nei rapporti con i propri editori, autore di dizionari di incrollabile prestigio e lettore vorace di Dante e della sua Commedia. I suoi primi contatti con l’Alighieri, in particolare, sembrano avere radici precoci, con letture e chiose adolescenziali che attestano il giovane Tommaseo assiduo frequentatore dei testi danteschi, tanto da dedicarvi alcune prove mentre muove i primi passi da giornalista. Inizia, così, attorno ai vent’anni la grande incetta di materiale che prenderà ad abbondare nel periodo fiorentino, successivo alla formazione padovana in compagnia di Antonio Rosmini e al passaggio da Milano con la conoscenza e l’amicizia di Alessandro Manzoni. Incorso nella censura austriaca, nel 1834 Tommaseo lasciò la Firenze dei sodali Giovan Pietro Vieusseux e Gino Capponi e si trasferì in primo esilio a Parigi, dove la sua meditazione dantesca e la rilettura della Monarchia contribuirono a stimolare una vasta produzione letteraria e, soprattutto, a completare la stesura della prima redazione del suo commento alla Commedia.

Nacque così la prima edizione del suo commento al poema dantesco, stampata in tre volumi dalla Società del Gondoliere a Venezia nel 1837. Già completa è qui la disamina dei versi dell’Alighieri, frutto della stagione da esule che si concluse solo con l’amnistia del 1839 e il seguente decennio che Tommaseo trascorse nella città lagunare. Furono anni in cui mutarono profondamente i presupposti esistenziali e scientifici dell’autore, culminati nel nuovo, secondo esilio a Corfù dal 1849 e nell’acuta e persistente malattia agli occhi. Contemporanea al definitivo ritorno in patria, prima a Torino e poi stabilmente a Firenze, la seconda redazione del commento venne impressa dall’editore milanese Giuseppe Rejna nel 1854 compattando le tre cantiche in un unico volume. Significativa è la mole delle citazioni e dei riferimenti ai testi biblici e al pensiero cristiano e medievale aggiunti nel tempo intercorso tra le due edizioni, tanto che la seconda veste del commento sostanzialmente raddoppia il corredo approntato negli anni Trenta. Un peso notevole è assunto dalla Summa teologica di Tommaso d’Aquino, ma più significativamente a mutare è la disposizione delle parti interne all’opera. Le note stesse vengono siglate per indicarne la natura eminente e distinte tra letterali (L), storiche e letterarie (SL) e filosofiche (F), ciascuna associata alla propria terzina di riferimento tra quelle progressivamente numerate. I canti danteschi sono preceduti dall’argomento, che esplicita i nodi e i versi salienti di quel singolo tratto di percorso del poeta, e chiusi da testi di approfondimento, vere e proprie monografie in breve in cui si esaminano significati e simboli del dettato di Dante o si offre un excursus su singoli temi cari alla Commedia.

Sempre a Milano, questa volta per i tipi di Francesco Pagnoni, nel 1865 prese vita la terza edizione del commento alla Commedia. Considerata la versione definitiva, Tommaseo vi modificò ben poco dell’apparato e dei contenuti allestiti per l’edizione precedente, limitandosi a cassare e riscrivere pochi testi. Persino il proemio ricalca perfettamente quanto esposto nel 1854 e ripetuta è la presenza di ampie introduzioni alla vita, al tempo e all’opera dell’Alighieri. Di contro, è ripristinata la scansione dei tre regni ultramondani in altrettanti volumi. Vennero, inoltre, ad aggiungersi alcuni scritti, a chiusa di ogni cantica e talvolta disseminati tra un canto e l’altro, cui contribuirono dantisti ed eruditi del tempo. È il caso delle osservazioni astronomiche intorno all’anno del viaggio poetico di Dante, allegate da Giuseppe Antonelli all’Inferno, e delle considerazioni del medesimo sulle dimensioni della montagna del Purgatorio. In questo vasto piano Tommaseo inserì le note ereditate da Giovita Scalvini e le proposte maturate da Celestino Cavedoni, ma anche traduzioni e studi storici propri, composti svariati anni prima, come Il sacco di Lucca redatto nel 1834 e annesso al volume dedicato alla prima cantica, un breve saggio in cui l’autore ripercorre in forma di racconto il tremendo saccheggio della città toscana per mano di Uguccione della Faggiuola con la complicità del fuoruscito Castruccio Castracani nel 1314. A ulteriore integrazione, per questa edizione fu predisposto un ampio corredo iconografico attorno al quale il curatore dell’opera si mantiene silente e lascia che a parlare sia la nota introduttiva dell’editore. Per questa ragione rimane nebulosa, allo stato attuale, la genesi concettuale di queste immagini, così come incerti i nomi di alcuni tra gli incisori, che operarono per quadri di esatto richiamo alle terzine dantesche apposte in calce alla raffigurazione. Un nome certo, espresso a lato del ritratto di Dante che inaugura in antiporta il primo volume, è quello di Federico Faruffini, pittore milanese dedicatosi all’acquaforte e artefice di tre delle prime incisioni illustranti passi dell’Inferno.

Il tipografo Pagnoni pubblicò con nuova foggia la Commedia curata da Tommaseo nel 1869, sempre in tre volumi ma con un sensibile calo nelle dimensioni dell’opera. Privi delle appendici di approfondimento storico-letterario della versione antecedente, i testi conservano il robusto apparato di note e i brevi saggi di fine canto, comprensivi delle compilazioni di Giuseppe Antonelli. Muta drasticamente il corpo delle incisioni a corredo dei canti, con un rinnovamento delle immagini e dei riferimenti alle terzine dantesche ivi effigiate. A differenza della Commedia pubblicata quattro anni prima, l’edizione del 1869 fu stampata con protesta e disappunto del curatore, insoddisfatto per la scarsa considerazione e la conseguente esclusione dei nuovi risultati critici cui era pervenuto nei Nuovi Studi su Dante, pubblicati anch’essi in occasione del celebre centenario dantesco dal Collegio degli Artigianelli di Torino. Numerose, dunque, le iniziative di Tommaseo dedicate al sommo poeta, compresa la pianificazione di conferenze che riportassero, attraverso pubblica lettura, alla centralità di una poesia indisgiungibile dalla dimensione del canto e dell’oralità. Un progetto ambizioso, che volle intercettare nuovi fruitori, i comincianti, affinché riconoscessero il primato poetico dell’Alighieri. Quanto alla ricostruzione filologica, tra un’edizione e l’altra della Commedia dantesca Tommaseo optò per la stampa della Crusca quale norma ordinaria, riservandosi un numero via via crescente di eccezioni, specialmente in punteggiatura, mirate alla lettura ad alta voce del poema.

Proiettato nella prima metà del XX secolo, il commento allestito da Tommaseo per Dante visse fasi di varia fortuna, dalla lode aperta alla serrata lotta, passando per la diffidenza dell’istituzione critica incarnata da Michele Barbi. A dare nuovo risalto al commento sarà a più riprese la torinese UTET, già benemerita promotrice, tra il 1861 e il 1874, degli otto volumi del celeberrimo Dizionario della Lingua Italiana, a lungo compilato da Tommaseo e da Bernardo Bellini e portato a termine da Giuseppe Meini. Il nuovo centenario dantesco, fissato al 1965, vide la riproposizione a stampa, per volontà dell’editore Aldo Martello, del testo dantesco licenziato da Tommaseo per Pagnoni cento anni esatti prima. Intenzione di quest’impresa, sorta sotto gli auspici della Società Dante Alighieri, fu quella di offrire la patina dantesca fissata dall’intellettuale un secolo addietro ma libera da un eccesso di apparati, intercalando le riflessioni in figura di grandi artisti italiani del Novecento al flusso dei versi. Così, le maglie del poema si allentano per lasciar filtrare le interpretazioni di Giorgio De Chirico e di Renato Guttuso, di Carlo Levi e di Renzo Vespignani, giusto per citare alcuni nomi noti dell’arte italiana del secolo scorso, in una nuova pagina tra le infinite scaturite dalla riflessione su Dante. Una volta di più, la mediazione critica e linguistica dello scrittore dàlmata è stata evidenziata nell’Edizione Nazionale del suo maggiore sforzo dantesco, promossa nel 2004, dove il curatore Valerio Marucci non ha mancato di sottolineare quello scoppio di granata generato, a metà Ottocento, da quel groviglio di ideali e aspirazioni irrisolti che fu Niccolò Tommaseo.

In copertina, ritaglio dalla tavola di Giorgio De Chirico per Inferno I, terzina 16 nell’edizione del 1965:
Questi parea che contra me venesse
con la test’alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l’aer ne temesse.

Commedia di Dante Allighieri con ragionamenti e note di Niccolò Tommaseo, Milano, Giuseppe Rejna editore libraio, 1854. (Segnatura: Galleria Cass. 3 A.1.15). Versione digitale.

Commedia di Dante Allighieri con ragionamenti e note di Niccolò Tommaseo, Milano, Francesco Pagnoni tipografo editore, 1865. Tre volumi (segnatura: Sala 34 G.11.13/1-3). Versione digitale (Inferno)

Commedia di Dante Allighieri con ragionamenti e note di Niccolò Tommaseo, Milano, Francesco Pagnoni tipografo editore, 1869. Tre volumi (segnatura: Sala 34 S.1.8/1-3). Versione digitale (Inferno)

La Commedia di Dante Alighieri nel testo e nel commento di Niccolò Tommaseo, con illustrazioni in fotolitografia, Milano, Aldo Martello-Edizioni Labor, 1965. Tre volumi (segnatura: G 3 6/1-3).

Niccolò Tommaseo, Commento alla ‘Commedia’, a cura di Valerio Marucci, Salerno Editrice, 2004 («Edizione Nazionale dei Commenti Danteschi», vol. 49). Tre tomi (segnatura: P 2 84/49/1-3).
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Ripristino orario pieno

Da lunedì 20 settembre la Biblioteca Mai riprende l’orario pieno invernale, ripristinando la fruizione del Salone Furietti e del servizio di consultazione in sede nel tradizionale orario continuato: dal lunedì al venerdì 8.45-17.30; sabato 8.45-13.
Sono inoltre aumentati da undici a quindici i posti disponibili per gli studiosi.

Il pubblico dovrà quindi prenotare la consultazione dei materiali della Biblioteca (per un massimo di sei pezzi) indicando la fascia oraria preferita: mattino (fino alle 13.30), pomeriggio (dalle 14.00 alla chiusura) o giornata intera.
I posti non prenotati continueranno ad essere resi disponibili il giorno stesso anche per studio con libri propri.
Le postazione disponibili sono dodici in Salone Furietti, due in Sala periodici, una dedicata all’utilizzo dei visori di microfilm.
Per l’accesso all’edificio è sempre richiesta l’esibizione del ‘Green Pass’.

Vedi tutte le informazioni in dettaglio sulla pagina del sito dedicata.

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Millegradini e Art2night

La Biblioteca Mai partecipa anche quest’anno all’iniziativa Millegradini, undicesima edizione della camminata culturale per le vie e le scalette di Bergamo, aprendo al percorso l’Atrio scamozziano per l’intera giornata di venerdì 17 e dalle 9 alle 13 il sabato e la domenica successivi.

Sabato sera, inoltre, dalle 19 alle 23 i camminatori potranno ancora usufruire dell’Atrio, poiché rimarrà aperto in occasione di Art2night, la notte bianca dell’arte: durante la serata, verranno offerte al pubblico, nell’Atrio, confezioni di libri ‘a sorpresa’ e le ultime edizioni della Biblioteca con un contributo a sostegno dell’Associazione Amici della Biblioteca.

L’ingresso è libero per chiunque sia dotato di ‘Green Pass’.

Le iniziative segnano la ripresa a pieno regime delle attività di promozione che la Biblioteca sta programmando per l’autunno, delle quali sarete puntualmente informati.
Seguiteci sul sito, anche iscrivendovi alla newsletter, e sulla pagina Facebook.

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Didattica in Biblioteca, 2021-2022

Nella fiduciosa speranza che l’autunno sia immune da nuove emergenze virali, la Biblioteca Angelo Mai rilancia l’attività didattica per l’anno scolastico 2021-2022, offrendo i tradizionali percorsi legati alla storia del libro ma aggiungendo anche nuove proposte, che è possibile visionare sulla pagina dedicata, dove è disponibile un pieghevole in PDF.
Sul canale YouTube della Biblioteca è caricato un breve video di presentazione delle proposte.

L’attività didattica è rivolta agli studenti di ogni ordine e grado ed è proposta a titolo gratuito, fino ad esaurimento delle disponibilità, previo accordo con i docenti di riferimento che dovranno scrivere a marcello.eynard@comune.bergamo.it per stabilire data, ora, contenuti e durata degli incontri.
Si ricorda che, in base alle norme vigenti, tutti coloro che abbiano compiuto 12 anni dovranno presentare il ‘Green Pass’ prima di accedere alla Biblioteca. Possono essere ammessi al massimo 15 ragazzi in contemporanea.
Vi aspettiamo in biblioteca.

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L’Edizione nazionale dei Commenti Danteschi

L’Edizione Nazionale dei Commenti Danteschi è stata ufficialmente istituita nel 2001 e la sua realizzazione affidata alla Salerno Editrice e a un comitato scientifico presieduto da Enrico Malato, coordinatore presso il Centro Pio Rajna e per conto del medesimo editore romano del grande progetto inerente la Nuova Edizione Commentata delle Opere di Dante, ormai giunta alla pubblicazione dell’Inferno, con il primo dei tomi previsti per la Commedia dantesca. Il Censimento, edito in tre volumi per quattro tomi complessivi tra il 2011 e il 2014, e la presentazione a stampa dei commenti danteschi mirano a dare conto del cosiddetto secolare commento e di tutta l’ingente mole delle testimonianze antiche e moderne, tra chiose e appunti di natura storico-linguistica, talvolta corredati da illustrazioni che trasformano i versi danteschi in figure e in spazi scaturiti dall’incontro tra il sistema culturale dei commentatori e l’opera monumentale dell’Alighieri.


Il piano si divide tra le esposizioni critiche, veri e propri commenti letterari, e le rappresentazioni per immagini del dettato dantesco. Il progetto relativo a questa seconda sezione prevede la riproduzione in facsimile dei più importanti commenti figurati al poema, mentre la sezione letteraria si estende dalla massima prossimità a Dante, con i contributi esegetici dei figli Jacopo e Pietro Alighieri, alla critica erudita d’inizio Novecento, assestata entro il commento alla Commedia che venne approntato da Isidoro Del Lungo nei tre volumi editi da Le Monnier nel 1926. Dunque, l’Edizione Nazionale dei Commenti Danteschi va intesa come la riproposizione minuziosa dell’insieme di tanti interventi interpretativi che ogni epoca, ogni realtà culturale e geografica, ha ritenuto necessari per affrontare il poema dantesco in tutta la sua complessità e meraviglia. Naturalmente una costruzione tanto vasta e polifonica deve improntarsi al criterio dell’esaustività, specialmente per quanto attiene i primi tre secoli di esegesi, ma anche dimostrarsi selettiva nella produzione a stampa della piena età moderna, operando scelte in direzione di quei testi che fino ai giorni nostri abbiano conservato utilità e forza attrattiva per gli studi di critica dantesca.

 

Nel novero dei 75 volumi, in un numero ben più consistente di tomi, globalmente previsti tra i commenti letterari alla Commedia, un rilievo particolare spetta al testo compilato dal bolognese Iacomo della Lana in anni precoci, tra il 1324 e il 1328, in uno sforzo interpretativo che rappresenta il primo lavoro di completa disamina in volgare condotto sulle tre cantiche dantesche. La prossimità alla vita e all’operato di Dante e la fortuna che arrise al commento per come viene certificata dagli oltre cento esemplari manoscritti, tra integrali e parziali, che ancora oggi se ne conservano fanno dello scritto lanèo, il terzo cronologicamente inteso nella disposizione dell’Edizione Nazionale, un caso di particolare complessità filologica, comportante scelte drastiche da parte degli editori. Un aspetto di radicale incertezza è quello che investe la ricostruzione delle sembianze linguistiche originarie di un’opera redatta da un uomo certamente bolognese, ma cólto e incline al confronto costante con il volgare toscano degli stessi canti danteschi. Quale, pertanto, la prima natura del commento di Iacomo della Lana? A ulteriore riprova d’incertezza l’annotazione di Alberico da Rosciate che, lavorando alla traduzione del testo di volgare in latino verso la metà del Trecento, indica il componimento scritto in sermone vulgari tusco.


Il nome dell’illustre giurista bergamasco e il riferimento al suo celebre commento latino alla Commedia, non certo considerabile quale mera trasposizione in lingua latina dei contenuti lanèi, conducono a una nuova intrapresa, vale a dire la diretta pubblicazione dell’opera esegetica di Alberico da Rosciate, sempre nell’ambito dell’Edizione Nazionale qui esposta. Il commento ebbe due versioni, databili tra gli anni Trenta e gli anni Quaranta del XIV secolo. Se nella prima il giureconsulto orobico si limitò a una sostanziale traduzione del testo di Iacomo della Lana, pur mitigata dal ricorso al commento latino di Graziolo de’ Bambaglioli e a quello in volgare del cosiddetto Anonimo Fiorentino e dalla piena originalità dei prologhi alle cantiche, durante la seconda elaborazione il chiosatore migliorò grammatica e terminologia, inserì nuovi particolari e corresse storture proprie della fonte bolognese. Il testo critico è attualmente in lavorazione e trova uno dei propri rappresentanti manoscritti più significativi nel Codice Grumelli della Biblioteca Civica di Bergamo, documento in cui è tràdita la seconda e, per così dire, definitiva redazione del commento albericiano.

Diciotto sono i volumi ad oggi pubblicati dell’Edizione Nazionale dei Commenti Danteschi, un patrimonio al quale la Biblioteca Mai presta particolare attenzione, offrendo già alla consultazione di studiosi e appassionati i tanti e poderosi tomi che custodiscono un corpus letterario sterminato, grazie al quale l’Alighieri ci conduce a conoscere tempi e luoghi di un’Italia che da settecento anni fa i conti con il sommo poeta, cumulando interpretazioni e approfondimenti che spaziano, giusto per citare qualche ulteriore nome, dalle Expositiones et glose di Guido da Pisa al successivo Ottimo commento di area fiorentina, dall’esegesi di Cristoforo Landino agli studi critici di Niccolò Tommaseo, dalle Chiose Palatine del secondo quarto del Trecento alle esposizioni cinquecentesche di Alessandro Vellutello e di Lodovico Castelvetro, lungo una traiettoria che arriva ai nostri tempi, asseverando la centralità nazionale di Dante.


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