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Novità dantesche 2

Si conclude con quest’ultima scheda il percorso avviato nel gennaio 2021 con l’iniziativa «… a riveder le stelle»: Dante negli esemplari della Biblioteca Civica Angelo Mai, mostra virtuale di alcune tra le centinaia di opere dantesche conservate dalla Biblioteca.

L’ultima puntata, che integra e completa la scheda pubblicata il 28 marzo, propone una carrellata di pubblicazioni recenti acquisite dalla Mai in quest’ultimo anno, ricco di iniziative editoriali che hanno accompagnato le celebrazioni per i settecento anni della morte del poeta.
Precedono le edizioni di opere dantesche, quindi i saggi in ordine alfabetico di autore o titolo. Alcuni volumi sono ancora in fase di catalogazione. Altri se ne aggiungeranno inevitabilmente nei prossimi mesi.

Con un arrivederci al 2065, quando verrà celebrato l’ottocentesimo della nascita, vi invitiamo a ripercorrere nel frattempo tutte le precedenti puntate pubblicate sul sito, nella speranza che il nostro impegno sia stato apprezzato.


È grazie ad Aldo Manuzio se l’esule Machiavelli può leggere Dante e Petrarca. Nel 1501, con Virgilio, viene inaugurata, la produzione dei ‘libretti da mano’ fino ad allora dedicato a testi di devozione. La Casa editrice Olschki ha deciso di riproporre il facsimile dell’edizione 1502 della Divina Commedia (chiamata nell’esemplare Le terze rime di Dante), basandosi sull’esemplare conservato presso la Biblioteca Classense che nel 1905 lo acquistò da Leo S. Olschki, insieme al resto della raccolta di Leo: allora sicuramente il repertorio più completo relativo all’opera di Dante.


Nella riconosciuta impossibilità di una edizione critica de La Divina Commedia, esclusa da 150 anni di tentativi falliti, la nuova edizione commentata che se ne propone nella NECOD assume a fondamento il testo che appare oggi il più affidabile, allestito da Giorgio Petrocchi (nel 1966-’68) come “testo base”, preparatorio di una ulteriore elaborazione, poi mancata. Su questo il curatore ha lavorato, operando un’attenta revisione nella linea delle acquisizioni della filologia e critica dantesca più avanzate. Criterio orientativo è stato un rigoroso cauto esercizio della interpretatio al servizio della constitutio textus, cioè un uso prudente della interpretazione e della critica comparativa nella selezione di quelle che potevano ritenersi lezioni originali, preferite alle alternative portate dalla tradizione.
Tale lavoro di revisione e approfondimento interpretativo del dettato, che ha portato a cogliere i valori più profondi, le accezioni, le implicazioni nascoste del messaggio poetico, ha consentito un cospicuo arricchimento del commento, che per la prima volta, superando lo schema della sequenza di chiose più o meno fitte, dense ed estese, illustrative di singoli versi o gruppi di versi, è concepito come “accompagnamento” del lettore in tutto lo svolgimento della narrazione poetica, sostenuto da una parafrasi continua del testo, con approfondimenti successivi di tutti i dati e i significati sottostanti.
Completano l’edizione vari Indici e strumenti di consultazione, tra i quali prezioso un Dizionario della ‘Divina Commedia’, con le funzioni quasi di una piccola “enciclopedia dantesca”. 


Il volume raccoglie testimonianze poetiche dell’interesse per la figura e l’opera di Dante fra i lettori dal Tre al Cinquecento. Si tratta di documenti di grande richiamo per il lettore e lo studioso, fino ad oggi di difficile consultazione, ora resi disponibili in un unico volume. Le prime due sezioni raccolgono una serie di testi poetici a lungo attribuiti a Dante e che, una volta dimostrati non autentici dagli studiosi moderni, non sono più stati reperibili. Le introduzioni e i commenti dei curatori illustrano i motivi per cui poeti, lettori-copisti e editori del passato li avevano invece letti, ricopiati o pubblicati come opere dantesche. La terza e la quarta sezione raccolgono, rispettivamente in latino e in volgare, i componimenti in versi sulla morte di Dante nel 1321, o che, per tutto il Tre e il Quattrocento, sono tornati a elogiare Dante e la sua opera. Chiude, come quinta sezione, una nuova edizione, con traduzione, della famosa Epistola di frate Ilaro, un misterioso documento, noto solo grazie a Boccaccio, che testimonierebbe della primissima circolazione dell’Inferno e dell’originaria intenzione, da parte di Dante, di scrivere un “poema paradisiaco” in latino invece del poema volgare che poi ha scritto.. 


Con il Paradiso si chiude nell’anniversario dei 700 anni dalla nascita di Dante questo progetto di rilettura e illustrazione della Divina Commedia a cura di Franco Nembrini, Gabriele Dell’Otto e Alessandro D’Avenia (che firma la prefazione).
Franco Nembrini nasce a Trescore Balneario (BG) nel 1955. Durante gli studi universitari inizia a insegnare religione, nel 1982 si laurea e diventa insegnante di letteratura nelle scuole superiori. Dopo aver lasciato La Traccia, la scuola partitaria che ha fondato insieme ad un gruppo di genitori nel 1984, oggi gira il mondo a parlare a chiunque lo inviti di Dante, educazione e delle altre sue passioni letterarie. Tutti i suoi libri (Dante poeta del desiderio, 3 voll. Itacalibri 2011-2013; Di padre in figlio, Ares 2011; Miguel Manara, Centocanti 2014; In cammino con Dante, Garzanti 2017) hanno origine da questi mille incontri, e negli ultimi anni dalla fortunata collaborazione con Tv2000.
Gabriele Dell’Otto (Roma 1973) è considerato uno dei più importanti disegnatori di fumetti del mondo. Stabile la sua collaborazione con Marvel e DC, ha disegnato tavole e copertine con tutti i più noti supereroi, da Batman a Spiderman. Al Lucca Comics ogni anno migliaia di fan si affollano al suo stand per avere una sua tavola autografata.


Il libro propone di leggere la Commedia come un gigantesco teatro della memoria e del mondo, costruito su fitte relazioni intertestuali: memoria delle molteplici manifestazioni, meravigliose e tragiche, dell’animo umano. Per questo il poema è anche e innanzitutto una gigantesca macchina elaboratrice di giudizi sui comportamenti e le emozioni degli esseri umani. Implica quindi una riflessione complessiva e appassionata sulla giustizia: un’esigenza destinata a perpetuo inappagamento e dunque eternamente riproponibile. La giustizia divina e quella umana sono rappresentate attraverso la soggettività dirompente di Dante in quanto Autore e in quanto Personaggio: due aspetti solo talvolta sovrapponibili che producono continue occasioni di drammatizzazione, di dubbio e di conflitto, nelle quali il lettore – di fatto il terzo protagonista della Commedia – è costantemente chiamato a confrontarsi e interagire, ancora oggi.


Il 27 maggio 1865, a pochi giorni dalle feste fiorentine per il sesto centenario della nascita di Dante, in occasione della risistemazione dell’area intorno alla tomba, Ravenna è teatro di una scoperta incredibile: una cassetta di legno, risalente al Seicento e contenente le ossa dell’Altissimo Poeta, è recuperata all’interno di un vecchio muro, poco distante dal sepolcro. I resti vengono solennemente esposti per pochi giorni meno di un mese dopo, nel corso di una cerimonia fastosa, dentro un’urna di cristallo, composti a formare lo scheletro dell’uomo più importante nella storia d’Italia. Otto anni più tardi, un archivista propone al Sindaco, che è ancora quello in carica nel 1865, di recuperare i documenti d’archivio relativi alla meravigliosa scoperta; e si accorge che qualcosa non quadra. Perché le ossa erano venute alla luce proprio in quel momento? Perché il primo cittadino si era comportato come un mago, facendole apparire e poi scomparire, al cospetto dell’intera cittadinanza? Che cosa aveva avuto in mente davvero? Passa altro tempo e, nel 1890, in occasione del giubileo del ritrovamento dei resti di Dante, un altro personaggio, un intellettuale rabdomante, indica ai ravennati e al Paese come le ossa fossero state trafugate la prima volta, probabilmente nel Rinascimento. Ancora un evento sorprendente che precede di nuovo una grande festa cittadina, quasi identica a quella originale di venticinque anni prima. L’archivista, che non ha smesso di cercare il senso di queste rivelazioni a orologeria, continua la sua ricerca. Qual è il vero mistero delle ossa di Dante? Che cosa lega personaggi e ambienti molto diversi fra loro, ma tutti intenti a scavare in un passato intessuto di oblio e di memoria, di racconti e di menzogna? Intorno ai resti umani più preziosi d’Italia, si dipana una lotta simbolica in realtà tutta contemporanea, che accompagna archivista e lettore fino alla conclusione di una lunga indagine personale. 


Scrivere una biografia di Dante è una sfida che molti hanno già affrontato. Mentre i documenti d’archivio relativi alla sua vita sono pochi e spesso di difficile interpretazione, la sua produzione letteraria contiene così tante informazioni di carattere personale che si potrebbe essere tentati di leggerla come un’autobiografia. Sarebbe tuttavia fuori luogo farlo. In un’originale inchiesta a quattro mani, in cui documenti e opere sono esaminati distintamente ma posti in costante dialogo, Elisa Brilli e Giuliano Milani ricostruiscono l’itinerario di un uomo che ha assistito ai grandi sconvolgimenti del suo tempo, attraversando contesti politici e culturali diversi ma interconnessi (comunale, signorile, imperiale), e insieme quello di un autore che ha tentato a più riprese di dare un senso alla sua vita attraverso la scrittura, inventando nuove forme di racconto di sé dai contenuti sempre mutevoli. 


Occuparsi di Dante Alighieri (Firenze 1265 – Ravenna 1321) significa, potenzialmente, mettere mano all’intero corpo dei saperi medievali; spaziare fra lingua, letteratura, teologia, storia e scienza; confrontarsi – sul piano artistico – con opere e artisti che vanno dal Trecento alla contemporaneità. Una mole enorme di materiali che in vario modo popoleranno mostre, eventi, pubblicazioni in questo 2021 che vede celebrare a livello mondiale il settimo centenario di un poeta che è stato un vero crocevia culturale. In particolare, la sua Divina commedia è debitrice nei confronti della tradizione iconografica precedente la sua realizzazione (non solo di arte occidentale), e a sua volta ha influenzato o ispirato artisti di ogni epoca. Ci troviamo così di fronte a un percorso che va dai mosaicisti del battistero fiorentino a Giotto, da miniatori come Oderisi da Gubbio a Pietro Cavallini fino a Botticelli, Michelangelo, Blake, Dalí e oltre.  


In questo volume l’autore propone gli ultimi risultati delle sue ricerche dantesche, che hanno mirato sin dal 2009 a scandagliare specifici punti critici e questioni testuali, per arrivare a proporre interpretazioni complessive su basi verificate. 


Il precursore dell’unità italiana, simbolo principe dell’identità nazionale, amato dai patrioti romantici e dai fascisti. Il ghibellino fustigatore della Chiesa, bandiera dell’Italia laica. Ma anche il Dante guelfo capace di incarnare l’idea di una cattolicità trionfante. Infine, il Dante pop del cinema, della pubblicità, dei fumetti, icona polisemica del nostro tempo, punto di riferimento incredibilmente attrattivo anche nell’età di internet e della globalizzazione. Le declinazioni che il mito di Dante ha avuto dal Settecento a oggi ci aiutano a capire qual è stata l’evoluzione del sentimento patriottico. Il poeta ha incarnato la passionalità e la forte contrapposizione politica che caratterizzano la storia del nostro paese nel lungo periodo. Dante ha unito, ma al tempo stesso ha diviso. In ogni caso, mai ha lasciato indifferenti le molte anime della nazione.


Dante è l’ultimo poeta medievale, il grande campione di un Medioevo in declino, ed è il primo poeta della modernità, non solo dal punto di vista linguistico, ma anche per come sa usare i vari aspetti della scienza e della cultura del suo tempo radunandoli al servizio del suo insegnamento morale. In Firenze, egli è ascritto, nominalmente, alla Corporazione dei medici. È un “sapiens de medicina”, pur non avendola studiata, né professata, e di medicina e medici parlano diffusamente le tre Cantiche della Divina Commedia. Il volume presenta appunto una ricognizione del testo della Commedia con riferimenti al campo medico-sanitario e individua passi salienti della “sapienza medica” di Dante. Un punto di vista sicuramente originale all’interno della copiosa produzione editoriale occasionata dalla ricorrenza settecentenaria della sua morte.


Ripartito in venti capitoli intimamente coesi, il volume è frutto di una ventennale ricerca e mira ad attestare, tramite alcuni momenti esemplari della fortuna critica di Dante e del suo poema, la precoce nascita, sin dal Trecento (grazie al suo primo biografo e pubblico lettore, Giovanni Boccaccio, e al geniale magister romagnolo, Benvenuto da Imola), di un mito nazionale come quello dantesco. Esso poggia soprattutto su un’idea forte, che è quella dell’attualità del culto risorgimentale di Dante, non solo come padre della nostra lingua, ma anche come profeta della nazione italiana, un culto che il nostro irredentismo ha trasformato, tra Otto e Novecento, in uno straordinario mito identitario, in cui ancor oggi si riconosce l’intero Paese. Di qui il titolo del volume (La Bibbia degli Italiani), che si richiama a una felice definizione militante della Commedia di Anton Giulio Barrili (poi riecheggiata anche da un giovane Cesare Battisti), che additava nel poema il «libro dell’alleanza», ovvero il simbolo dell’unità nazionale.


«Nel 2021 sarà celebrato il settimo centenario della morte di Dante, ma ricorrono anche i cento anni della prima edizione di questo importante libro di Croce. Vogliamo ricordare questa ricorrenza con le parole finali del discorso (che riproponiamo in appendice nel libro) con cui Croce, allora Ministro della Pubblica istruzione, inaugurò l’anno del sesto centenario della morte di Dante: il più alto e vero modo di onorare Dante è anche il più semplice: leggerlo e rileggerlo, cantarlo e ricantarlo, tra noi e noi, per la nostra letizia, per il nostro spirituale elevamento, per quell’interiore educazione che ci tocca fare e rifare e restaurare ogni giorno, se vogliamo “seguir virtute e conoscenza”, se vogliamo vivere non da bruti, ma da uomini.» Con una nota al testo di Gennaro Sasso.


Brunetto Latini e Bono Giamboni rivestono un’importanza cruciale nella fioritura della cultura letteraria fiorentina in lingua volgare durante la seconda metà del Duecento: fondamentale risulta infatti il loro apporto alla costruzione di quel paradigma retorico, filosofico e civile che avrebbe delineato l’orizzonte intellettuale laico e borghese entro cui si dispiegherà la prima formazione del giovane Dante. Il volume – frutto del lavoro congiunto di illustri studiosi italiani e stranieri – esplora e approfondisce proprio le traiettorie di questa circolazione del sapere in volgare nella Firenze di fine Duecento, allo scopo di ricostruire il milieu intellettuale del periodo e di indagarne il rapporto con Dante prima dell’esilio del 1302.


Dante discusse in molte occasioni la situazione politica dell’Italia del suo tempo. Solo una volta, però, si rivolse direttamente ai fiorentini, con una lettera pubblica in latino datata al marzo del 1311, quando l’imperatore Enrico VII era in viaggio verso Roma per esservi incoronato. Il libro ricostruisce lo spazio politico della penisola nei primi anni del Trecento, a partire dal messaggio che l’esule Alighieri rivolse ai suoi concittadini scellerati. In questo caso l’Ytalia messa in questione non fu una creazione poetica a posteriori, ma una esortazione concreta ad agire subito per il bene comune.


Sulla base di un approfondito confronto fra gli autori francescani presumibilmente meglio conosciuti da Dante Alighieri, il volume indaga il significato del canto XI del Paradiso e degli altri luoghi della Commedia in cui si stabilisce una relazione con san Francesco. Con attenzione agli aspetti teologici, mistici ed escatologici della poesia dantesca, nei primi capitoli si arricchisce la comprensione della figura allegorica delle nozze con Madonna Povertà, mostrandone il legame profondo con l’evento della stimmatizzazione e, di conseguenza, chiarendo come nella Commedia rappresenti l’emblema della perfetta contemplazione di Dio, il simbolo di sapienza attorno a cui è disegnata la cornice del cielo del sole. Gli altri capitoli sono dedicati ai canti di Ulisse e Guido da Montefeltro, interpretati come figure in negativo dello stesso san Francesco, e al canto XI del Purgatorio, di cui si mette in evidenza la stretta unità tematica con Paradiso XI. Nella sezione di appendice è riportato il lavoro preparatorio all’esegesi dantesca: un’ampia analisi del modello mistico del raptus Pauli in rapporto alla stimmatizzazione nella Legenda maior e in altri importanti testi francescani precedenti alla Commedia.


La filologia è indispensabile per leggere e capire Dante. Ma conoscere i problemi filologici posti da opere come la Commedia, la Vita nova o il De vulgari eloquentia è utile anche per scoprire che cos’è la critica del testo, poiché lo studio del modo in cui quei problemi sono stati affrontati nel corso del tempo dai vari editori consente di ripercorrere tutte le principali questioni metodologiche della filologia moderna applicata a testi latini e volgari. Ed è utile anche per comprendere perché è importante la storia della tradizione: la circolazione manoscritta e a stampa del corpus dantesco (e in particolare della Commedia e delle Rime) costituisce infatti un capitolo fondamentale di storia culturale tra Medioevo ed Età moderna. Il volume esamina complessivamente la tradizione delle opere dantesche, affiancando alla trattazione puntuale dei problemi filologici relativi ai singoli testi la ricostruzione del contesto storico e culturale.


Pubblicato in occasione della mostra omonima (Roma, Scuderie del Quirinale, 15 ottobre 2021 – 9 gennaio 2022) il catalogo rende omaggio alla cantica più significativa della Divina Commedia, celebrando l’universo infernale e raccontando l’importanza della sua fortuna iconografica, dal Medioevo fino ai giorni nostri. L’Inferno è esplorato, di capitolo in capitolo, come luogo di penitenza eterna e metafora della sofferenza e dell’alienazione umana – affrontando temi come il male, la morte, il Giudizio, l’inferno in terra declinato negli ‘umani inferni’ di guerra e prigione, follia e sterminio, e alienazione – senza dimenticarne l’efficacia come ‘percorso spirituale’ che può portare a una rinascita. La sinistra bellezza delle opere medievali, con la loro iconografia strutturata e orrifica, le meravigliose visioni del Rinascimento, il tormento delle tele romantiche e le interpretazioni psicoanalitiche del Novecento creano un emozionante viaggio visivo che sorprende il lettore per gli accostamenti inediti e le singolari riscoperte, volte a dare forma concreta a quella che Dante definì una «mirabile visione». Peculiarità del catalogo, che ospita i contributi di importanti studiosi, è la presenza di una selezionata antologia di brevi estratti d’autore, fra cui Charles Baudelaire, Italo Calvino, Fëdor Dostoevskij, Victor Hugo, James Joyce, Giacomo Leopardi e tanti altri che hanno affrontato il tema dell’Inferno da una prospettiva letteraria. Nel volume sono riprodotte a colori le 235 opere in mostra. Accanto alle antiche e preziosissime pagine miniate, spiccano le opere di Botticelli, Jan Brueghel, Beato Angelico, Cézanne, Redon, Rodin, Delacroix, Goya, von Stuck fino ad arrivare a Richter, Kiefer, Barceló e molti altri.


Nel settimo centenario della morte di Dante Alighieri, il volume raccoglie letture, saggi e interventi diversi che Giorgio Inglese ha scritto tra il 2000 e il 2019, in parallelo e in approfondimento del lavoro per il commento in tre volumi della Commedia (Carocci, 2016) e per la nuova edizione nazionale del poema (in corso di stampa). I contributi proposti approfondiscono lo studio di personaggi e temi capitali – come Francesca, Ulisse, Ugolino, la dottrina dell’Impero, il destino dei non credenti – e discutono di importanti figure della critica dantesca, quali Benedetto Croce, Natalino Sapegno, Gianfranco Contini, Antonino Pagliaro, Ovidio Capitani, Gilmo Arnaldi.


In una serie di studi dedicati a singoli disegni di Botticelli si esplora la questione della corrispondenza tra testo e immagine come pure la prossimità dell’illustrazione al dettato poetico. Nei diversi orientamenti e punti di vista dei ricercatori coinvolti (studiosi di letteratura, storici dell’arte, codicologi) rientrano, oltre al confronto dei disegni con i commentari alla Commedia di Dante, la ricerca delle fonti iconografiche che l’artista poteva trovare nella miniatura medievale e la comparazione dei disegni con i dipinti e altre opere botticelliane. Inoltre, un campo di ricerca del tutto nuovo si apre grazie all’ingrandimento digitale di dettagli delle immagini, che permette di visualizzare il linguaggio non verbale delle figure rappresentate. Sulla base di questi dettagliati riscontri è possibile constatare alcuni scarti tra testo e immagine e rintracciare spunti che conducono a un’idea generale e indipendente portata avanti dall’artista, che si estende sul testo in forma di impronte pittoriche stereotipate.


Perché non chiedere a Joyce e Beckett, Borges e Cortázar, Primo Levi e Peter Weiss, Camus e Solženicyn, Fellini e Celati quanto conta, a settecento anni dalla sua morte, Dante Alighieri nel nostro mondo? Alcuni tra i maggiori autori del Novecento – e oltre – si sono ispirati al poema sacro per riflettere sui grandi temi dell’aldiquà: il senso della vita, la responsabilità individuale, i limiti dell’umano, ma anche l’ascesa all’assoluto, la ricerca della libertà e l’amore a misura d’uomo. Nei loro testi l’irraggiungibile Beatrice scende dalla rosa celeste per incarnarsi in moglie sensuale, amante traditrice, ballerina, hostess, financo prostituta, mentre i Dante moderni errano per inferni contemporanei raramente illuminati da qualche raggio purgatoriale o paradisiaco, sempre in cerca di un momento di verità in cambio di una redenzione illusoria. Sulle spalle di Gerione propone un affascinante percorso per le riscritture serie – e, a volte, beffarde – della Commedia nei secoli XX e XXI.


Bastardo, bordello, ceffo, cesso, merdoso, puttaneggiare, ruffiano, sozzo, verme… parole azzardate? volgari? disdicevoli? sconce? Sapete che cosa sono la strozza e la ventraia? Qual è la parte anatomica dove si trulla? A queste, e ad altre decine di curiosità, risponde il dizionario storico etimologico di insolenze, bizzarrie, voci buffe, scherzose e innovative che Dante, per conferire incisivo vigore agli argomenti trattati, non disdegnò di utilizzare, o di inventare, nella sua Commedia. Analizzati con precisione filologica e spiegati con chiarezza discorsiva, i termini danteschi più buffi, estrosi, ironici, osceni, spiazzanti o innovativi, rivivono in questo volumetto in tutta la loro smagliante originalità. Un omaggio a quel Dante simpaticamente insolito, quasi mai affrontato o approfondito a scuola.


Nel 1933 Osip Mandel’stam, poeta in disgrazia, «emigrato interno» in procinto di diventare carne da lager, «arde di Dante», e studia l’italiano servendosi della Divina Commedia. In Crimea durante la primavera scrive Conversazione su Dante, ma quando tenta di pubblicarlo incontra una serie di rifiuti. Di certo il saggio non ha nulla a che vedere con il realismo socialista, né corrisponde al canone degli studi danteschi. Affrancando il «sommo poeta» italiano da secoli di retorica scolastica, Mandel’stam ragiona su ciò che presiede alla nascita della sua poesia: in primo luogo, la metamorfosi. Tutto, nella Commedia, è in movimento, e per il vero lettore, «esecutore creativo», leggere Dante significa rifiutarsi di restare incatenati a un presente che a sua volta è saldamente ancorato al passato: «Pronunciando la parola “sole” compiamo un lunghissimo viaggio al quale siamo talmente abituati che ormai viaggiamo dormendo. La poesia… ci sveglia di soprassalto a metà parola – parola che ci sembra molto più lunga di quanto credessimo -, e in quel momento ricordiamo che parlare è sempre essere in cammino». Unico poiché sembra comprendere tutti i linguaggi, quello di Dante evoca il mondo con irripetibile potenza, e la Conversazione di Mandel’stam, tripudio di luminose intuizioni, costrutti arditi e metafore inusitate (biologiche, musicali, meteorologiche, tessili), in una prosa continuamente attraversata da squarci di poesia, scorge e mette in luce i tratti più moderni, addirittura sperimentali, del suo poetare.


La strada per l’Inferno, si sa, è lastricata di mostri. E quelli che popolano le prime due cantiche della Commedia sono ben più di semplici comparse scritturate per suscitare paura e meraviglia nel lettore. Al contrario, sono le colonne portanti di una storia che ha definitivamente fissato la concezione dei mondi ultraterreni, specie dell’Inferno, da 700 anni a questa parte. Ma la narrazione dell’aldilà e dei suoi mostruosi abitatori parte da molto più lontano, è antica come l’uomo. Superando ogni barriera spazio-temporale, queste creature del buio e Dante, l’artefice del loro rinnovato splendore, arrivano con straordinaria freschezza simbolica, forza evocativa e agilità narrativa ai giorni nostri. Alcuni sono persino diventati celebrità, cui la cultura pop ha dato nuova linfa vitale. Si sono impadroniti di ogni ambito della comunicazione, dalla letteratura alla pubblicità, dal cinema ai videogiochi, dai fumetti alla televisione. Tutto si tiene, e tutto ci parla di loro.


Il settimo centenario della morte di Dante Alighieri diventa un pretesto per riunire una serie di studiosi di respiro internazionale che propongono, nei loro saggi, letture interessanti quanto originali del tema “La musica e Dante”. Da puntuali analisi testuali a interpretazioni comparatistiche, da contestualizzazioni che mettono in campo storia delle idee, storia della scienza, letteratura, musicologia a proiezioni verso la contemporaneità del “suono” della Commedia superando l’ottica del volume accademico e proponendo un testo fruibile ma non scontato.


Il libro indaga la lettura, la circolazione, il riuso delle opere liriche di Dante – le rime e la Vita nuova, insieme al Convivio – tra la seconda metà del XV e il XVI secolo, tra Lorenzo il Magnifico e Torquato Tasso. Gli studi sulla ricezione di Dante tra Medioevo e prima età moderna si sono concentrati sulla Commedia, sulla tradizione dei commenti, sulle sue edizioni e illustrazioni. Tuttavia anche il Dante autore lirico entra a pieno titolo nella discussione letteraria e culturale al passaggio tra Quattrocento e Cinquecento, quando Petrarca sembra assurgere progressivamente a unico modello e la poesia lirica non solo è considerata, con l’epica, il più illustre tra i generi, ma altresì quello a cui si riconducono i migliori esempi di scrittura, perché in essa si raggiunge l’eccellenza dello stile. Seguendo le fortune del Dante rimatore e la sua influenza, il volume esamina sia i libri circolanti all’epoca e il modo in cui stampe e manoscritti sono stati annotati e utilizzati nel Rinascimento, sia la coeva produzione poetica e la sua integrazione, anche materiale, con i modelli del passato e in particolare con Dante.


Un meditato viaggio fra le voci che compongono la Divina Commedia, un percorso alla scoperta della «materia umana» di cui è fatto il capolavoro del più grande poeta di tutti i tempi. Da un insigne interprete di Dante, una galleria di ritratti che parla al lettore d’oggi, svelando in ciascun personaggio un racconto unico e universale. «I personaggi qui convocati non parlano dal tempo, ma urgono al nostro presente: non solo perché molti di essi rivivono nelle riscritture di autori contemporanei la cui voce prolunga in eco quella di Dante, ma soprattutto in quanto Dante li presenta “in futurum”, già volti a un destino ulteriore, che più altamente li disvelerà “a la futura gente”». «La memorabilità dei personaggi danteschi non è tanto fornita dal loro rilievo storico o mitologico, quanto dal loro apparire in uno sguardo, in una parola, in un moto che appartiene, come ha osservato Borges, al sempre». Dante, nel poema che più di tutti ha plasmato la nostra identità nazionale, culturale e linguistica, costruisce un sistema di personaggi eterni, un coro di voci universali che nei secoli si è fatto autonomo, generando nuove riletture e mitologie. Attraverso ventisette ritratti storici, letterari e filosofici, Carlo Ossola isola quei personaggi senza i quali «il poema non sarebbe un teatro di grandi passioni redente» e presenta al lettore una galleria in cui sfilano le tre guide, Virgilio, Beatrice e san Bernardo, ma anche i puri e i dannati, poeti e padri della Chiesa, figure bibliche come Davide e Raab e storiche come Bonconte da Montefeltro. In questo variegato ventaglio compare lo stesso Dante che, autore e personaggio insieme, completa il repertorio offerto dal volume. Un contributo fondamentale che forma, con l’Introduzione alla Divina Commedia a opera dello stesso Carlo Ossola e il commento al poema da lui curato, un imprescindibile trittico dedicato al padre della letteratura italiana.


Dante non è mai stato più lodato e ammirato di oggi, mai più chiosato e recitato in pubblico e in privato, riciclato in ogni forma, tradotto in ogni lingua. Che cos’ha il poeta che lo rende così universalmente irresistibile? Dante popolare cerca di rispondere a questa domanda a partire non dal lato dell’utenza, ma da quello del testo stesso della Commedia. Mentre la critica contemporanea tende a fare del grande poema un libro su altri libri e su se stesso come libro, questo volume si propone di orientare l’attenzione su aspetti meno astratti della Commedia, legati alla «dimensione collettiva dei fenomeni culturali», alle esperienze della vita quotidiana del suo autore, al suo essere uomo del suo tempo, capace in misura somma di captare, assimilare, metabolizzare la cultura ‘bassa’ con la stessa serietà con cui assorbe quella ‘alta’. Il Dante qui proposto non disdegna fonti modestissime, più prossime al sapere popolare che a quello universitario, e la sua Commedia è principalmente un libro sulla vita, che esplora e mette a nudo i segreti meccanismi del comportamento umano, dai più sordidi ai più sublimi; libro che, premiando i buoni e punendo i cattivi, appaga e convalida il naturale desiderio di giustizia dei suoi lettori; ma anche libro eminentemente memorabile per l’energia e l’esattezza eccezionale del suo dettato, per i suoi versi orecchiabili, le ruvidezze plebee, le terribilità michelangiolesche, le vaghezze romantiche, le sublimità mistiche. Il volume è diviso in due parti complementari. La prima affronta nodi e problemi storico-metodologici relativi a una lettura ‘popolare’ della Commedia; la seconda, di natura applicativa, esamina temi, concetti ed episodi del grande poema che una lettura ‘popolare’ illumina di luce nuova e inaspettata.


«A Francesca – all’unica donna che ha voce nell’inferno – Dante affida il compito arduo e altissimo di riflettere intimamente sulla dinamica del peccato e su quel confine sottilissimo attraverso il quale un’energia salvifica può divenire dannazione». Amore e colpa: un conflitto che scuote le coscienze in ogni epoca e viene riproposto in questo volume ripercorrendo la produzione dantesca dalla Vita nuova alla Commedia, alla ricerca di un difficile equilibrio che esplora il conflitto tra la profondità del sentimento di amore e la fragile purezza delle intenzioni del cuore e dello spirito. Nella Vita nuova Beatrice è poeticamente amata di un amore esclusivo e intensissimo, più forte della morte, una passione che, grazie al fedele consiglio della ragione, Dante ha saputo alimentare come una fiamma che non viene mai meno, progressivamente scoprendo in essa le connotazioni dell’amore disinteressato, il cristiano agápe o caritas. Tuttavia nelle rime scritte dopo la Vita nuova – si pensi al ciclo delle petrose o alla cosiddetta montanina – la linea maestra dell’amore virtuoso è spesso contraddetta da momenti di prorompente passione che soggioga completamente Dante: il poeta si descrive in balia di un pensiero ossessivo al quale è difficile sottrarsi e contro il quale la ragione può poco. Non sorprende allora che questo Dante, disarmato davanti al violento attacco di un amore folle e deviato, possa trovarsi, improvvisamente, in una notte di primavera, immerso nella selva oscura. La tragica storia di Paolo e Francesca è la rappresentazione più icastica di questo «mal perverso», cioè di questo amore folle e peccaminoso: Amore non ha ucciso i due amanti riminesi, ma li ha comunque condotti a morte per mano di un tradito, il marito di lei e fratello di lui. Davanti a Dante la donna nel pianto «tutta si confessa» come, forse, avrebbe voluto fare da viva e come sicuramente fu costretta a fare davanti a Minosse. Il destino di Paolo poteva essere anche quello di Dante se non ci fosse stato l’intervento di Beatrice, e ciò gli sarà ricordato nel paradiso terrestre: forse per la consapevolezza di questo intimo e irrisolto dissidio, il poeta, dopo aver ascoltato il racconto di Francesca, viene investito da un’emozione tanto intensa da svenire.


La prima traduzione del poema di Dante in un dialetto italiano si deve a Carlo Porta. L’Inferno in versi milanesi, seppur frammentario, rappresenta il vero inizio della poesia portiana. Sospesa com’è tra emulazione e parodia, tra slancio verso il sublime e controcanto comico-realistico, la ricreazione dialettale produce un testo originale e assai godibile. Dispersi qua e là nelle edizioni delle poesie portiane, i frammenti dell’Inferno milanese sono qui riuniti, ordinati e riprodotti a fronte dell’originale dantesco. Il libro è introdotto da un ampio saggio di Pietro Gibellini e reca le retroversioni in italiano approntate da Massimo Migliorati.


Per comprendere l’enigmatica lettera inviata da Dante ai cardinali nel 1314 in vista dell’elezione papale non è sufficiente un’analisi letteraria: l’originale ricerca filologica e storica di Potestà permette di accedere al pensiero politico di Dante e alle sue speranze per la Chiesa del XIV secolo. Mentre inizia a Carpentras (primavera 1314) il conclave per scegliere il successore di Clemente V, Dante scrive ai cardinali italiani. Come un nuovo Geremia, lamenta l’avvenuto abbandono di Roma e li implora di trovare un’intesa contro i guasconi e lottare per un papa che chiuda la fase avignonese. L’appello prende forza dall’invettiva contro il defunto Matteo Rosso Orsini e il cugino Napoleone. L’antica inimicizia e le irriducibili divergenze fra i potenti cardinali romani avevano bloccato a lungo il conclave precedente, da cui era uscito infine eletto, a sorpresa, l’arcivescovo di Bordeaux (1305). Dante li rimprovera in quanto principali responsabili di quella scelta dannosa, frutto di calcoli infondati, puntigli ottusi, accordi sacrileghi, da lui rievocati in scatti rapidi e allusivi. Il testo della Lettera, conservato in un solo manoscritto allestito dal giovane Boccaccio, è ricco di acrobazie sintattiche ed espressioni oscure. Creduto pieno di errori di copiatura, è stato sottoposto dai critici a correzioni spesso disinvolte e arbitrarie. Questo libro ritorna al testo tramandato e ne dà una nuova edizione il più possibile aderente ad esso. Decifrando integralmente per la prima volta riferimenti a personaggi, vicende e scritti dell’epoca, recupera una fonte importante per la storia della Chiesa romana dall’abdicazione di Celestino V al primo decennio avignonese. Conoscitore disincantato di conflitti di poteri e dinamiche di corruzione nelle gerarchie, Dante incarna una figura nuova di intellettuale, di laico che nella Chiesa rivendica la parola in virtù della sua fede e conoscenza dei fatti. Qui il poeta e letterato si presenta come profeta, fiero di proclamare da solo e dal basso ciò che tutti sanno, ma nessuno ha il coraggio di dire. Il testo non è un’esercitazione letteraria né una lettera aperta, ma un drammatico richiamo a non rassegnarsi e ad agire al più presto. Ricevuta e letta dai cardinali italiani, la Lettera offrì a Napoleone Orsini una traccia per la sua richiesta di aiuto rivolta poco dopo a Filippo il Bello: ultimo, vano tentativo di rovesciare l’esito di una prova ormai impari.


In un famoso saggio del 1929 dedicato a Dante, T. S. Eliot sosteneva l’estrema “facilità” dell’opera dell’Alighieri, nella convinzione che la poesia, quando è genuina, riesca a comunicare senza necessariamente essere studiata. Ma quest’idea – pur ricca di suggestioni – non è certo il presupposto da cui muove la nostra proposta dantesca. Dante non è facile da leggere. E una possibile comprensione delle sue opere, anche e soprattutto di quella più nota, la Commedia, non può che passare attraverso una paziente lettura dei testi e una conoscenza dello sfondo storico e culturale su cui si stagliano. Proprio per questo, fra le nostre proposte, vecchie e nuove, dunque, non si troveranno attualizzazioni, scorciatoie, forzature vòlte ad azzerare la distanza tra noi e il poeta fiorentino (del genere: Dante e noi… Dante per tutti…), bensì un’ampia scelta di testi per immergersi nelle sue opere e approfondirne il pensiero e la cultura: la sola strada per apprezzarne davvero la grandezza e riviverne la straordinaria potenza comunicativa. Speriamo con questi libri di essere riusciti a rispondere a quei lettori – secondo noi, molti – che non si accontentano di proposte editoriali ammiccanti quanto effimere; che sono poi il rischio, sempre dietro l’angolo in occasione degli anniversari, per chi fa il nostro lavoro.


Da settecento anni la stella di Dante continua a brillare alta nel firmamento degli «spiriti magni» del nostro paese e della cultura occidentale. Con piglio magistrale, Marco Santagata racconta il grande poeta fiorentino attraverso le donne che egli conobbe di persona o di cui sentì parlare, e che ne accompagnarono l’intero cammino. Si avvia così un autentico carosello di figure femminili: donne di famiglia, dalla madre Bella alla moglie Gemma Donati e alla figlia Antonia, che si farà monaca col nome di Beatrice; donne amate, prima fra tutte il suo amore giovanile, la Bice Portinari trasfigurata nella Beatrice della Vita Nova e del Convivio, e poi angelicata nel Paradiso; infine le dame e le gentildonne del tempo, come Francesca da Rimini e Pia de’ Tolomei, che pure trovano voce nelle cantiche della Commedia. Lasciamoci allora guidare da parole e immagini alla scoperta anche delle zone d’ombra della biografia del poeta e vedremo dipanarsi uno straordinario, fitto garbuglio di vita vissuta e creazione letteraria.


La Commedia dantesca è un universo meraviglioso, illimitato e complesso nel quale, oggi forse più che in passato, è pressoché impossibile addentrarsi confidando solo nella propria capacità di orientamento. Senza un’adeguata carta topografica e una bussola efficiente, si rischia di smarrire presto la strada, come nella selva oscura che apre il poema. Ma per fortuna c’è un Virgilio che guida il lettore dalla «valle d’abisso dolorosa» dell’Inferno, su su fino al monte del Purgatorio, «dove l’umano spirito si purga e di salire al ciel diventa degno», fino a contemplare «l’amor che move il sole e l’altre stelle» nel Paradiso: il libro di Marco Santagata è il grandioso racconto, in una prosa scorrevole, coinvolgente, priva di tecnicismi, del viaggio ultraterreno di Dante, e insieme la guida teorica e pratica che fornisce gli elementi indispensabili per apprezzare i riferimenti – racchiusi in terzine bellissime ma talvolta difficili – alle vicende e all’identità dei personaggi che popolano i cento canti della Commedia. E, soprattutto, rivela e rende accessibile al grande pubblico l’inestimabile tesoro di emozioni, sentimenti e pensieri nascosto «sotto ‘l velame de li versi strani».


ll Doré italiano. «Il direttore dell’Accademia di Parma, Scaramuzza, aveva inviato alla Künstlerhaus sessantatré disegni a penna del suo Ciclo di Dante, tutti relativi all’Inferno. L’insieme completo formerà un’opera colossale. Ciò che abbiamo visto attesta già una fecondità, una varietà e una scioltezza di talento assai rimarchevoli. Flosmann, Gemelli, Cornelius hanno anch’essi illustrato Dante, ma non hanno fatto tutt’insieme i duecentoquarantasei disegni di cui si compone l’opera totale del signor Scaramuzza. Solo la fecondità di Gustave Doré potrebbe essere comparata a quella del disegnatore italiano, ma il talento dell’artista francese non è drammatico quanto quello dell’italiano. Questa illustrazione di Dante sarà un autentico monumento.» Corrispondenza di B. Petermann dalla Germania in «Revue Britannique», 1872, citato da Carlo Ossola nella sua premessa.


Da qualche anno, nei dibattiti televisivi o in presenza, si sente l’oratore di turno che non si risolve a terminare il suo intervento e dice «Un’ultima cosa e poi mi taccio». Si tratta di una lepida formula anticheggiante restata inconsapevolmente nell’orecchio dal canto di Farinata, uno dei più famosi: «qui dentro è ‘l secondo Federico / e ‘l Cardinale; e degli altri mi taccio». La memorabilità di questa clausola ha probabilmente generato questo uso imperversante, senza nessuna consapevolezza da parte di chi usa questa formula. La Commedia di Dante non è soltanto un esempio insuperato di creazione poetica, ma anche un serbatoio linguistico che nel tempo ha riccamente alimentato il vocabolario dell’italiano. L’eredità dantesca è fatta di parole ed espressioni dalla storia diversa. Alcune resistono nella nostra lingua fino a oggi, a volte cambiando in tutto o in parte il significato. Altre è stato Dante stesso a coniarle, o a usarle per primo in italiano. Ma in un’opera letteraria come la sua le parole non possono essere staccate dalla poesia, e così il libro si sofferma su alcuni casi esemplari, ne tratteggia il profilo in riferimento al contesto in cui occorrono e alle implicazioni di senso di cui sono portatrici. Serianni guida il lettore ad accostarsi al genio linguistico del nostro poeta nazionale.


Il volume, frutto di un trentennio di ricerche, indaga nel processo di formazione di Pietro Bembo come filologo volgare, nella preparazione delle aldine di Dante e Petrarca, nella stesura del suo libretto e poi delle Prose, anche grazie alla fortunata scoperta dell'”originale” petrarchesco e di un altro autografo-idiografo, ora perduto, contenente differenti strati redazionali del Canzoniere. Si propone, inoltre, di contribuire a mettere meglio a fuoco il suo pensiero critico letterario e linguistico, gli amori, gli amici e i rivali, la sua attività politica e i suoi studi neotestamentari, ma soprattutto il suo rapporto con Dante e la Commedia, nel settecentenario dantesco, che coincide con il cinquecentenario del suo trasferimento a Padova con la Morosina e dell’allontanamento da Roma e da papa Leone X, forse per aver difeso Ravenna – e la tomba del poeta fatta costruire dal padre Bernardo – contro le richieste dei fiorentini di riportare le spoglie dantesche nella sua città natale.


Conoscere Dante significa conoscere la sua opera, ma anche conoscere la sua vita. Non solo gli eventi esterni – gli amori, l’attività politica, gli amici, i nemici, l’esilio – ma anche e soprattutto il suo percorso interiore, quell’universo ricchissimo che Dante sottoponeva a un continuo scandaglio, per verificare scelte, mettere in crisi vecchi convincimenti, saggiare nuove strade da percorrere. Perché Dante – come scrive Piero Boitani nell’Introduzione – «è il primo grande scrittore dell’Occidente a legare la sua poesia a ciò che ha vissuto, a fare poesia della vita, dei suoi sogni, delle sue idee, dei suoi sentimenti, dei suoi fallimenti». È da questo presupposto che muove John Took, dantista tra i più importanti a livello internazionale, che in questo lavoro racchiude i frutti di un’intera vita dedicata al poeta, offrendoci la ricostruzione di una grande biografia intellettuale ed esistenziale. Ed è questo sguardo particolare all’opera di Dante che consente a Took di non trascurare nulla, di tenere assieme tutto, anche le opere «minori», perché ogni singolo verso, ogni singola riflessione trova senso e acquista un nuovo significato all’interno di un percorso più ampio, quello del cammino di Dante alla ricerca di ciò che può dirsi veramente e profondamente umano. Introduzione di Piero Boitani.


Satura è il primo studio comparativo su Dante e Gadda. Il libro propone una nuova categoria interpretativa che collega le opere dei due autori, innovando la “linea plurilinguistica” Dante-Gadda tracciata da Gianfranco Contini. Adottando il nome originario della “satira” come guida comparativa, l’autrice estende oltre il genere satirico due suoi aspetti chiave – varietà di forma e contenuto e missione di svelamento della verità – per riconoscerli, nella loro connessione, come strutture fondamentali delle opere di Dante e Gadda. Un’analisi retorico-stilistica comparata dei loro testi, unita all’osservazione delle loro riflessioni di poetica, dimostra come i due autori abbiano in comune non solo una tendenza alla varietà, non solo linguistica e stilistica, ma anche un’idea di letteratura quale missione eticognoseologica di rivelazione della verità. Precisamente, Dante e Gadda condividono lo speciale nesso “varietà per verità”, che viene chiamato “satura”. Prefazione di Paola Italia e Giuseppe Ledda.


Lettura completa dell’Inferno, organizzata dall’Università di Basilea e dall’Università di Notre Dame in occasione del centenario dantesco, svoltasi in cinque incontri tra il marzo 2019 e il marzo 2021. Le lecturae dei singoli canti (34), firmate dai migliori specialisti, sono arricchite da un’ampia discussione. Completano il volume cinque lezioni su un tema attinente all’Inferno, in rapporto anche con altre opere dantesche, e una sintetica biografi a del poeta.


Non dimenticatevi: alcuni volumi tra quelli segnalati sono disponibili in formato digitale su Media LibraryOn Line.

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Calendario artistico 2022

Anche quest’anno l’Associazione Amici della Biblioteca Mai ha predisposto per il 2022 il tradizionale Calendario artistico, proponendo alcune tra le più innovative e originali copertine di Emporium, la rivista mensile illustrata d’arte, letteratura, scienze e varietà pubblicata a Bergamo a partire dal 1895.

Distribuito dall’Associazione con lo scopo di divulgare la conoscenza del variegato patrimonio conservato dalla Biblioteca, il Calendario intende accompagnare il prossimo anno con immagini accattivanti, selezionate tra le splendide copertine fotografiche o tipografiche espresse dalla rivista tra la fine dell’Ottocento e gli anni Venti del Novecento. Esse, cambiando di mese in mese, testimoniano il variare degli stili e del gusto per oltre un trentennio e costituiscono un notevole repertorio del modernismo, ispirate da correnti artistiche come il Simbolismo, il Futurismo e il Razionalismo modernista.

Il Calendario è a disposizione per tutti coloro che rinnovano l’iscrizione per il 2022 all’Associazione Amici della Biblioteca, e per chi desidera finanziare l’attività dell’Associazione con un’offerta minima di 10 euro. Read more

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Orario festività 2021/2022

Nel porgere i migliori auguri per le festività, il personale della Biblioteca ricorda a tutti gli utenti che la Civica Mai resterà regolarmente aperta nei giorni feriali, con l’eccezione di venerdì 24 e venerdì 31 dicembre, vigilie di Natale e Capodanno.

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Il centenario dantesco del 1921

A partire dalla fine del Settecento, la figura di Dante Alighieri inizia a consolidarsi come simbolo dell’identità nazionale. L’identificazione risorgimentale del poeta come profeta del pensiero unitario nazionale trova consacrazione nel 1865, quando il sesto centenario della nascita venne celebrato nella città di Firenze, fresca capitale del nuovo Regno d’Italia. Il culto del sommo poeta come simbolo dell’italianità raggiunge l’apoteosi nelle celebrazioni per il secentenario della morte del 1921.

Quale differenza nelle celebrazioni dantesche a distanza di un secolo! Le iniziative nella ricorrenza del settimo Centenario della morte di Dante – oggi – sono principalmente improntate allo studio della sua vita e delle sue opere: nel 1921 invece, nonostante la pubblicazione di numerose e prestigiose edizioni delle opere dell’Alighieri – tra tutte il celebre Dante del centenario, promosso dalla Società dantesca italiana – le celebrazioni per il sesto centenario della morte passarono quasi in secondo piano rispetto all’apologia, all’uso politico della sua figura rappresentata nelle vesti di fautore dell’Italia unita, creatore della lingua nazionale e soldato sceso in campo per la difesa della patria.

Erano anni di intenso fervore nazionalistico. La prima guerra mondiale era finita nel 1918 e l’Italia ne era uscita vittoriosa; Trento e Trieste erano state ricongiunte alla patria, ma il movimento irredentista non aveva esaurito la sua vena: Fiume, che i legionari di Gabriele D’Annunzio erano stati costretti ad abbandonare dopo il «Natale di sangue» del 1920, era considerata una ferita ancora aperta. La penisola era scossa da un’ondata di conflittualità sociale e politica senza precedenti. Le celebrazioni del 1921 furono, quindi, occasione per serrare le fila intorno alla patria, unita nel nome di Dante.

Non mancarono voci critiche riguardo all’uso politico e strumentale della figura dell’Alighieri: Benedetto Croce, all’epoca ministro della Pubblica istruzione nel governo Giolitti e autore di uno dei libri più significativi del tempo sulla poesia dantesca, tentò nel suo discorso inaugurale per l’anno dantesco di riportare l’attenzione sulle opere anziché sulla figura del poeta, diventata quasi oggetto di idolatria. Finì, tuttavia, per essere criticato dagli stessi dantisti, convertiti definitivamente alla retorica e all’apologia. E di retorica e apologia trasudano tutte le manifestazioni, come ben riportato nel volume commemorativo Il Secentenario della morte di Dante MCCCXXI-MCMXXI: celebrazioni e memorie monumentali per cura delle tre città Ravenna – Firenze – Roma. Nel resoconto della manifestazione, tenutasi a Ravenna il 13 settembre 1921, così si descrive la partecipazione della folla: «Giovani guerrieri, fiore d’Italia, usi a vedere in faccia la morte, espressi dalle forze occulte della stirpe, hanno portato a Dante la coscienza della gesta compiuta nel nome suo e il dolore del tradimento subìto. Nella piazza gremita di popolo un solo grido ha echeggiato: Per Fiume italiana, eja, eja, alalà!»

Alle forze armate il cerimoniale riservò il posto d’onore: sulla tomba di Dante fu deposta una corona in bronzo e argento offerta dall’esercito e le porte del tempietto furono sostituite da nuove porte bronzee, donate dal municipio di Roma e ricavate dalla fusione di un cannone catturato agli austriaci nel corso della guerra.
La commemorazione civile del 13 settembre ebbe un grande regista occulto in Gabriele d’Annunzio. Amareggiato per il tradimento dell’Italia verso Fiume, il Vate non presenziò alla cerimonia ma più di ogni altro ne ispirò il simbolismo patriottico. Dietro sua esplicita richiesta il corteo, che durante la commemorazione sfilò per le vie cittadine, fu aperto da legionari fiumani che reggevano sacchi di foglie di lauro, fatte raccogliere personalmente dal Vate sul Benaco e recapitate in aeroplano per rendere omaggio alla tomba di Dante. Una centuria di fanciulle vestite di bianco raccolse il lauro in canestri di vimini e lo sparse lungo le strade vicino al tempietto sepolcrale dove, secondo le istruzioni nella lettera di D’Annunzio, «una madre di Romagna [la madre di Francesco Baracca], una madre di uccisi o di mutilati, una delusa madre senza pianto, sparga al vento marino un pugno di queste fronde in gloria di quel sacrificio che l’implacabile Dante del Carnaro assunse nel suo Paradiso».

Nel montante fervore nazionalistico era inevitabile che anche il partito fascista, organizzato in squadre armate guidate da Italo Balbo e Dino Grandi, riempisse quella piazza, insieme alle delegazioni delle associazioni dei combattenti, degli invalidi di guerra e dei reduci. Secondo le cronache più di tremila fascisti emiliani si radunarono a Ravenna.
Ravenna fu l’epicentro delle celebrazioni non solo perché ricorreva l’anniversario della morte di Dante, avvenuta il 14 settembre 1321 nella città romagnola, ma perché, in un momento storico in cui i caduti della Grande Guerra trovavano la più degna rappresentazione nella salma del Milite Ignoto, condotta all’Altare della Patria in un lungo viaggio in treno traversando tutta l’Italia e suscitando commossa partecipazione, era scontato che le cerimonie in onore di Dante si svolgessero nel luogo ove giacevano le sue spoglie mortali. Nondimeno furono molte le città che commemorarono Dante. Il volume del Secentenario riporta anche le cerimonie di Firenze e Roma, rimarcandone il tono nazionalista e patriottico. Nella città capitolina il presidente del Consiglio Ivanoe Bonomi presiedette la commemorazione ufficiale, durante la quale il ravennate Corrado Ricci, assessore alle Belle Arti, pronunciò il discorso Roma nel pensiero di Dante. A Firenze, invece, il re Vittorio Emanuele III presenziò alla cerimonia solenne in memoria di Dante in Palazzo Vecchio, nel salone dei Cinquecento, il 17 settembre: il giorno prima si era celebrato Dante soldato con l’erezione di una colonna commemorativa della battaglia di Campaldino, nella valle del Casentino, fra i castelli di Romena e di Poppi, dove il poeta era stato ospite dei conti Guidi sulla via dell’esilio.

Oltre al volume del Secentenario, numerosi sono gli opuscoli e le monografie che celebrano l’anniversario. Nelle nostre collezioni si distingue per formato e contenuto il Numero speciale de L’Illustrazione italiana intitolato Dante 1321-1921, il quale, pur rifacendosi al Dante padre della lingua e della patria nella prefazione degli editori Treves per assecondare il gusto dei lettori, presenta pregevoli contenuti sulla vita e le opere dell’Alighieri redatti da alcuni tra i maggiori dantisti dell’epoca, come Isidoro del Lungo, Vittorio Rossi, Ernesto G. Parodi, Corrado Ricci.

Tra le pubblicazioni che restituiscono il clima imperante e colmo di amor patrio colpisce una voce dissacrante, quella di Venturino Camaiti, arguto scrittore fiorentino, già autore di una Divina Commedia satirica, del quale la Biblioteca Angelo Mai conserva la raccolta di sonetti l’ cCentennario dantesco a Firenze (Giunta alla Divina Commedia): novissimi sonetti fiorentineschi umoristici e satirici. Tra i versi un Dante seccato dal grande clamore del centenario dimostra noia e sarcasmo per le celebrazioni, augurandosi che finiscano presto. Camaiti denuncia come, grattata la superficie, poco dell’Alighieri resti nelle commemorazioni, perché il popolo pare semplicemente spinto alla ricerca di un pretesto per fare festa, mentre le stesse autorità tengono il poeta in ben poca considerazione.

Nel catalogo della Biblioteca sono presenti due pubblicazioni celebrative bergamasche che spiccano anche per la cura editoriale e tipografica. Gli Istituti pareggiati del Collegio Convitto di Celana nel Sesto centenario di Dante Alighieri rappresenta un opuscolo divulgativo pubblicato quale omaggio a Dante a opera dei professori e degli alunni del Collegio Celana di Caprino Bergamasco. I contenuti spaziano dalle analisi sulla teologia e la filosofia del poeta alle memorie dantesche di un professore soldato al fronte, dai temi degli studenti alle loro poesie e illustrazioni, in un misto di didattica e retorica tipico dell’epoca. Particolare importanza viene data ai lavori delle allieve e delle insegnanti della Scuola di educazione tecnica.

Nel secondo testo, ovvero la Commemorazione dantesca – XIV settembre MCMXXI del Seminario Vescovile di Bergamo, viene riportato integralmente il discorso celebrativo del canonico Castelli, a cui fanno seguito due poesie recitate dagli alunni. Anche grazie alla lettera enciclica di papa Benedetto XV, emanata nel 1921 sul tema del secentenario dantesco, i cattolici si riappropriarono della figura di Dante, visto unilateralmente nelle precedenti celebrazioni del 1865 quale «ghibellin fuggiasco» di foscoliana memoria. Il pontefice ne rimarcò, di contro, la religiosità e, rivolgendosi ai docenti e agli alunni di tutti gli istituti cattolici d’insegnamento letterario, non esitò a definire Dante «il cantore più eloquente del pensiero cristiano». Come sottolineò il professor Castelli, «forse perché mai come in questo momento così tragico che ha visto il crollo di tutte le umane ideologie, è stata così alta l’aspirazione alla fede. […] Oggi in questa solennità guardiamo il divin poema dal punto di vista religioso-morale, dichiarando i due motivi più alti per onorare l’Alighieri: l’essere la sua una poesia altissima di fede; l’essere una poesia sovranamente educatrice».

Un secolo è passato e nel tempo Dante è stato spogliato di ogni pesante retorica patriottica. Le celebrazioni del 2021, a partire da quanto esposto sul sito del Ministero della cultura, sono state improntate allo studio della figura dell’Alighieri e delle sue opere in un’ottica scientifica e divulgativa: molte sono state le iniziative durante questo lungo anno e altrettante le pubblicazioni. La prossima settimana, nell’ultima tappa del nostro viaggio nelle edizioni dantesche, vi illustreremo le novità 2021 entrate a far parte del patrimonio della nostra biblioteca.

Il Secentenario della morte di Dante MCCCXXI-MCMXXI: celebrazioni e memorie monumentali per cura delle tre città Ravenna-Firenze-Roma – Roma, Bestetti e Tuminelli [1924]. Collocazione: Salone Cass. 5 D 2 27

I’ cCentennario dantesco a Firenze (Giunta a Divina Commedia): novissimi sonetti fiorentineschi umoristici e satirici / di Venturino Camaiti – Firenze, Tipografia Ramella, 1922. Collocazione: EXCAV 1 8629

Nel VI centenario della morte di Dante: 1321-1921 – Milano, Fratelli Treves, 1921. Collocazione: Alm 5. 29

Commemorazione dantesca XIV Settembre 1921 – Bergamo, Secomandi-Seminario Vescovile di Bergamo, 1921. Collocazione: EXCAV 4 138

Gli Istituti pareggiati del Collegio Convitto di Celana nel Sesto centenario di Dante Alighieri – Brivio, Fratelli Pozzoni, 1921. Collocazione: Salone O 5 31

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Prorogata la mostra L’Assiette au beurre

La mostra L’Assiette au beurre. L’immagine satirica della Belle Époque è stata prorogata fino al 10 gennaio.
Chi non avesse ancora avuto l’opportunità di visitarla, potrà quindi accedere all’Atrio scamozziano (sono richiesti il ‘certificato verde’ e un documento per l’ingresso) durante gli orari di apertura della Biblioteca.

Ricordiamo che l’ingresso è libero e che la Biblioteca, durante il periodo natalizio, osserverà le chiusure nei giorni festivi e nelle due vigilie di Natale (venerdì 24) e di Capodanno (venerdì 31).

Realizzato a corredo della mostra dal curatore, Paolo Moretti, il Catalogo è messo a disposizione di tutti coloro che vorranno effettuare una donazione minima di dieci euro all’Associazione Amici della Biblioteca Angelo Mai.

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Sciopero di giovedì 16 dicembre

In seguito allo sciopero generale nazionale indetto dalle sigle sindacali CGIL e UIL per tutte le categorie pubbliche e private dei lavoratori, giovedì 16 dicembre i servizi della Biblioteca potrebbero subire rallentamenti o interruzioni.

Ci scusiamo anticipatamente per l’eventuale disagio.

 

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Comento di Christophoro Landino Fiorentino sopra la Comedia di Danthe Alighieri, 1491

E’ il 3 marzo del 1491 quando il bergamasco Bernardino Benali – celebre editore del Supplementum Chronicarum dell’agostiniano Jacopo Filippo Foresti – e Matteo Capcasa, prolifico tipografo nativo di Parma, completano a Venezia il lavoro di composizione e stampa della Commedia preceduta dall’Apologia e dalla Vita di Dante e seguita dal Credo, dai Dieci Comandamenti, dai Sette Salmi penitenziali, dal Pater Noster e dall’Ave Maria.

L’edizione in carattere romano di corpo maggiore per il testo poetico e in corpo minore per il Commento, è in folio e conta 302 carte. L’ornamentazione comprende, oltre alle eleganti iniziali decorate, novantasette xilografie di piccolo formato e, all’inizio di ogni Cantica, grandi illustrazioni a piena pagina inquadrate da bordure con figure e animali che Giancarlo Petrella descrive come «una cornice architettonica a motivi classici, qui probabilmente impiegata per la prima volta [nella quale] sono raffigurati giovani nudi con vasi in mano seduti in cima a una colonna che sorreggono, quasi come degli Atlanti, il peso del timpano superiore nel quale è inserito Dio Padre con un libro aperto; alla base delle colonne figurano alcune sirene con le code attorcigliate e, nel montante inferiore, due putti reggono il medaglione centrale destinato a contenere l’eventuale insegna miniata dell’acquirente».

Le novità che Benali e Capcasa introducono nella tradizione a stampa della Commedia sono rilevanti sia per la componente testuale sia per l’apparato illustrativo: per la prima volta il Commento landiniano al testo poetico viene pubblicato con le revisioni del frate francescano, vissuto tra i secoli XV-XVI, Pietro da Figino; per la prima volta sono poste a conclusione della terza Cantica il Credo, il Pater Noster e l’Ave Maria; per la prima volta in una edizione a stampa l’apparato illustrativo è completo comprendendo anche il Paradiso (come noto, le xilografie dell’edizione bresciana del 1487 corredano solo le prime due Cantiche).

La mise en page dell’edizione veneziana Benali-Capcasa (o Codecà) rispecchia la cura speciale dedicata alla pubblicazione: il rapporto tra parola e immagine risulta equilibrato alla vista e funzionale alla lettura. Testo poetico, commento e illustrazioni sono disposti in armoniosa composizione che consente al lettore di avere un ‘anticipo visivo’ e una sintesi a richiamo di ogni canto. La complessa analisi della tradizione visuale della Commedia nelle edizioni a stampa del Quattrocento, la ricostruzione della vicenda ideativa e compositiva e la lettura iconografica delle illustrazioni dell’edizione Benali-Capcasa si deve a Giancarlo Petrella (in particolare nel saggio Da Firenze a Venezia: il primo decennio della Commedia illustrata a stampa (1481-1491), in Dante visualizzato. Carte ridenti 3, 2 p. 227-253) che ha ampiamente utilizzato anche l’esemplare conservato dalla Biblioteca Angelo Mai.

Il volume della Civica di Bergamo, collocato alla segnatura INC.4.167, presenta tracce di note manoscritte, quasi certamente di possesso, purtroppo illeggibili perché cancellate, sul margine inferiore della prima carta e su quello superiore del verso dell’ultima. Nel corpo del testo sono sparse note marginali manoscritte mentre due cifre vergate a mano in numeri arabi che si leggono all’inizio e alla fine del volume rimandano ad antiche collocazioni sugli scaffali dei precedenti possessori: a lapis rosso sulla prima guardia, «50»; in inchiostro bruno sull’ultima carta «292».

La legatura è tardo settecentesca: le originali assi lignee sono state rivestite da una carta marmorizzata policroma in giallo, rosso e nero mentre angoli e dorso sono in cuoio. Il dorso presenta la scritta «DANTE ALIGHIERI» impressa in oro su etichetta rossa soprastante, decorata con elementi vegetali entro una sottile cornice, anch’essi impressi in oro. Sono ancora visibili i segni di due antichi fermagli sul piatto anteriore.

Una riproduzione a stampa delle illustrazioni dell’esemplare della Biblioteca Angelo Mai, sarà presto disponibile grazie alla Strenna natalizia dell’Associazione Archivio Bergamasco.

Comento di Christophoro Landino fiorentino sopra la comedia di Danthe Alighieri poeta fiorentino. – (Impressi in uenesia : per Bernardino benali & Matthio da parma, 1491 adi iii marzo). – [10], CCLXXXXI, [1] carte : illustrazioni xilografiche; 2°. ((Riferimenti: ISTC id00032000; IGI 363; BMC V 373; Essling 531; Sander 2313; GW 7969; H 5949; De Marinis, Il Castello di Monselice, p. 130; Rhodes, Catalogo del fondo librario antico della Fondazione Giorgio Cini, D4; Ageno, Librorum saec. 15…, a cura di Gasparrini Leporace, Firenze, Olschki…1954, n.15. – A cura di Pietro da Figino, come indicato nel colophon a carta L7v. – Segnatura: π¹⁰ a-z⁸ &⁸ [con]⁸ [rum]⁸ A⁸ B⁶ C-I⁸ K⁶ L⁸; romano; illustrazioni xilografiche a piena pagina alle carte a1v, s1v, s2v e C1r; nel testo altre 97 vignette xilografiche all’inizio di ciascun canto; iniziali xilografiche.

Sfoglia la copia digitale dell’esemplare conservato dalla Biblioteca Nazionale Centrale Vittorio Emanuele II di Roma

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Quale ‘Green Pass’ per l’accesso

Il Decreto Legge 105 del 23 luglio 2021 ha stabilito che per accedere ai servizi delle biblioteche è necessario presentare una Certificazione verde COVID-19 (‘Green Pass’) unitamente a un valido documento di identità.

In ottemperanza al Decreto Legge 172 del 26 novembre 2011, come precisato dal comunicato del Ministero della Cultura del 3 dicembre 2021, nulla cambia dal 6 dicembre 2021 al 15 gennaio 2022, sia in zona bianca, sia in zona gialla: l’accesso alla Biblioteca, durante la normale apertura per l’erogazione dei servizi, resta consentito ai possessori del ‘Green Pass’ ‘normale’. Il certificato ‘rafforzato’ sarà pertanto necessario solo in occasione di attività supplementari, quali conferenze, incontri, visite guidate, concerti.

Il personale preposto al controllo continuerà ad effettuare la verifica della validità del certificato tramite l’app VerificaC19.

Restano in vigore tutte le disposizioni di sicurezza già in essere: ingresso contingentato, misurazione della temperatura e igienizzazione delle mani, con obbligo di indossare correttamente la mascherina a copertura di naso e bocca.

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La fortuna di Dante in Francia nell’Ottocento

La stagione dell’engouement collectif, l’infatuazione collettiva per Dante e per la sua opera nella Francia del diciannovesimo secolo, è strettamente legata alla nuova sensibilità romantica che, nei primi anni dell’Ottocento, sostituì gradualmente in letteratura la razionalità dell’Illuminismo. La riscoperta e la rivalutazione del Medioevo, l’interesse per gli autori stranieri, la celebrazione dei poeti ‘nazionali’ contribuirono a creare Oltralpe il mito di Dante, accostato spesso a Shakespeare per il comune ‘furore’ poetico.

Per l’affermazione di Dante come poeta romantico per eccellenza, ammirato da Victor Hugo e da Honoré de Balzac, risultano decisivi soprattutto l’opera di Pierre-Louis Ginguené, letterato membro dell’Institut de France, e l’influenza di due affermati intellettuali – e faiseurs d’opinion – il visconte François-René de Chateaubriand e la nobildonna scrittrice Madame de Staël, autori che trasformano Alighieri in un’icona dell’esule e del genio visionario.

Ginguené, letterato, storico e politico, fu profondo conoscitore dell’Italia, di cui apprese ben presto la lingua e di cui studiò con passione la storia, la musica e soprattutto la letteratura; le sue entusiasmanti conferenze sulla letteratura italiana all’Athénée di Parigi furono raccolte nella Histoire littéraire d’Italie, nella quale Ginguené contestualizza correttamente le opere nel momento storico generativo. La collana, in dieci volumi, ebbe un successo tale da essere tradotta e pubblicata parallelamente anche in Italia già in fase di stesura: alla Commedia Ginguené dedica un intero volume, analizzando non solo l’Inferno ma tutte e tre le cantiche per le quali suggerisce una lettura continua come opera poetica libera dai commenti destinati alla spiegazione delle allegorie. Di Dante viene messa in evidenza non solo la grandiosità della machine poétique, ma anche la straordinaria potenza della poetica, perfettamente allineata con gli ideali romantici:

«Doué d’un génie vaste, d’un esprit pénétrant et d’une imagination ardente, il joignit à des connaissances étendues une vivacité de pensées, une profondeur de sentiment, un art d’employer d’une manière neuve des expressions communes, et d’en inventer des nouvelles, un talent de peindre et d’imiter, un style serré, vigoureux, sublime, qui, malgré les défauts, qu’on ne doit imputer qu’au temps où il vécut, lui ont toujours conservé la place que lui décerna l’admiration de son siècle»6 [Dotato di un vasto genio, di una mente penetrante e di un’immaginazione ardente, unì alla vasta conoscenza una vivacità di pensiero, una profondità di sentimento, un’arte di impiegare in modo nuovo espressioni comuni e inventarne di nuove, un talento per la pittura e imitando, uno stile teso, vigoroso, sublime, che, nonostante i difetti, che dovrebbero essere attribuiti solo a quando visse, hanno sempre mantenuto il posto assegnatogli dall’ammirazione del suo secolo].

François-René de Chateaubriand, considerato per il suo talento e i suoi eccessi il fondatore del Romanticismo letterario francese, conobbe la poesia dantesca attraverso la famosa traduzione in prosa dell’Inferno del 1783 ad opera del conte Antoine de Rivarol, come attestano le citazioni incluse nel Génie du Christianisme (1802). Nel Génie, opera apologetica scritta durante l’esilio in Inghilterra, l’autore glorifica le nuove fonti d’ispirazione, come l’arte gotica o le grandi epopee medievali, e si rispecchia in Dante, modello di letterato cristiano e di uomo politico, nel quale identifica il primo poeta capace di sostituire il ‘meraviglioso’ del Cristianesimo alla mitologia pagana, colui che, a differenza di Omero che abbassa gli dèi al livello umano, eleva l’uomo all’altezza di Dio.

Madame de Staël (Anne-Louise Germaine Necker, baronessa di Staël-Holstein), scrittrice francese famosa per aver pubblicato L’Allemagne – uno dei manifesti della poetica romantica – e per il suo salotto letterario, aveva compiuto molti viaggi in Italia, dedicando alla nostra patria un romanzo di grande successo, Corinne ou l’Italie. De Staël scopre la Divina Commedia grazie a Giuseppe Parini e della poetica dell’Alighieri dà una lettura più ‘romantica’ che critica, esaltando i temi dell’impegno politico e dell’esilio, esperienza che la coinvolse di persona: il Dante di Madame de Staël è un uomo che prima di lei ha subìto il bando dalla propria città e che, come lei, spera che la fama letteraria gli possa valere il ritorno. Nel capitolo Corinne au Capitole la scrittrice rende un vibrante omaggio alle glorie dell’Italia, citando particolarmente l’Alighieri e la sua opera in una lunga evocazione: «Dante fu valoroso poeta dell’indipendenza italiana, e Petrarca trasse ispirazione dalla patria, più che da Laura. L’Italia – conclude la protagonista – è una terra che accoglie il genio anche quando è perseguitato dagli uomini, che ripara e guarisce tutte le ferite, e consola perfino dalle pene del cuore.».

Questo interesse, questo ‘furore’ per Dante oltralpe è attestato dal numero di nuove traduzioni, in prosa e in versi, anche se spesso limitate al solo Inferno: già nel 1787 l’editore Hubert-Martin Cazin dà alle stampe una graziosa edizione della Commedia intitolata Inferno. Purgatorio. Paradiso, poema di Dante. Anche se «il testo degli Accademici, riprodotto in questa edizione, vi è sfigurato da molti errori tipografici», come annotato da Paul Colomb de Batines, i volumetti della Raccolta Cazin nel loro piccolo formato tascabile sono ben noti ai bibliofili per l’eleganza tipografica caratterizzata da frontespizi ornati da vignette, da testatine silografiche e da tagli dorati. Tanta cura editoriale non fu sufficiente a risparmiare il prestigioso editore dalla censura: reo di aver stampato opere licenziose e proibite, patì il sequestro dei libri e più di una reclusione alla Bastiglia.

Esempio del successo della cantica dell’Inferno in territorio francese è il prezioso volume Lo Inferno della Comedia di Dante Alighieri col comento di Guiniforto delli Bargigi tratto da due manoscritti inediti del sec. decimo quinto, prima e unica Cantica del poema pubblicata a Marsiglia da Leopoldo Mossy e a Firenze da Giuseppe Molini nel 1838. Tirata in pochissimi esemplari, questa è la prima edizione del commento di Guiniforte Barzizza, tra i più apprezzati chiosatori dell’Alighieri, collazionato da Giuseppe Zaccheroni su due manoscritti, il primo dei quali già nella Biblioteca Nazionale di Parigi, il secondo di proprietà del filologo marsigliese Gaston de Flotte (1805-1882), poi consultato – nonché decurtato di carte miniate – dallo Zaccheroni e finalmente entrato nelle raccolte della biblioteca parigina. Numerose incisioni, fregi e iniziali ornate decorano le pagine e l’uso di caratteri di stampa che si presentano diversi sia per tipo sia per dimensione, configurando una miscellanea compositiva molto originale e tuttavia armonica: in particolare, sono stati usati caratteri gotici per la prefazione e per gli argomenti di ciascun canto. Come racconta Gaspero Barbèra nelle sue memorie «il Molini si venne formando il gusto del libro ben lavorato con lo stare di continuo in mezzo a quelle belle edizioni francesi e specialmente inglesi di cui era abbondantemente fornito il suo grande negozio».

La biblioteca possiede inoltre una delle numerose ristampe dell’edizione tradotta da Pier-Angelo Fiorentino: drammaturgo e poeta oltreché traduttore, Fiorentino iniziò l’attività di letterato in Italia negli anni Trenta dell’Ottocento ma raccolse maggior successo in Francia, paese dove migrò in cerca di fortuna nel 1835. A Parigi collaborò come giornalista e critico musicale con le principali testate dell’epoca e fu collaboratore di Alexandre Dumas padre: nella bottega dello scrittore francese partecipò alla stesura di molti romanzi grazie alla conoscenza della storia e della realtà italiana, una collaborazione talmente rilevante che per alcuni critici Fiorentino potrebbe essere il vero autore delle opere Giovanna di Napoli, Ascanio, Il Corricolo e soprattutto de Il conte di Montecristo.

La sua traduzione della Commedia è datata 1840 e risente dell’esaltazione romantica per i contenuti spirituali del poema. Fu accolta con entusiasmo dai principali rappresentanti dell’intellighenzia d’Oltralpe – Baudelaire, Hugo, La Mennais – che la definirono la migliore traduzione del poema dantesco mai realizzata in francese. Ne furono pubblicate tre edizioni, tutte oggetto di numerose ristampe; la versione di Fiorentino fu scelta nel 1861 da Hachette per la pubblicazione della Commedia illustrata da Gustave Dorè.

La traduzione di Fiorentino è, per sua stessa ammissione, la più letterale possibile, consapevole della perdita dell’unità ritmica data dalle terzine in endecasillabo; l’autore, a tal proposito, nella prima nota all’Inferno sostiene: «Sappiamo che quando traduciamo scriviamo prima di tutto la storia e cerchiamo di riprodurre l’intero poema, parole e immagini, forma e idea, corpo e anima. La parafrasi, in fatto di stile, è banalità; in fatto di scienza, anacronismo; in fatto di religione, eresia».
Nella lunga introduzione all’opera, Fiorentino descrive accuratamente la genesi del poema e il viaggio nelle tre cantiche con un commento arricchito da numerosi riferimenti storici; delinea la biografia di Dante e dedica un lungo paragrafo al suo stile poetico. I canti sono presentati nella traduzione francese, senza testo a fronte e con note in postfazione.

Un’altra traduzione del poema che ebbe un notevole successo fu la Divine Comédie di Henri Dauphin (1827-1880), studioso di lettere classiche e Cavaliere della Legion d’Onore: pubblicata postuma a Parigi nel 1886 è stata recentemente ristampata nell’ambito di una collana edita da Hachette, vòlta a valorizzare le edizioni conservate presso la Bibliothèque nationale de France ormai introvabili. Il testo in francese è preceduto da un’ampia biografia di Dante, a cui si aggiungono alcune pagine di commento. I canti, in prosa, sono corredati da note in calce.

Oltre al nuovo spirito romantico, determinanti per la fortuna di Dante in Francia furono gli studi degli esuli italiani rifugiati per motivi politici a Parigi tra il 1797 e il 1848: Carlo Botta, Giovanni Berchet, Guglielmo Pepe, Vincenzo Gioberti, Niccolò Tommaseo tra i più noti. Gli esuli lavoravano generalmente come insegnanti di italiano, traduttori e giornalisti, spesso sfruttando il testo della Commedia per diffondere la conoscenza della letteratura italiana e per propugnare l’idea di un risorgimento politico e letterario. Alighieri diventò così l’ambasciatore dell’identità nazionale italiana e figura nella quale i rifugiati si immedesimavano, la cui sorte e il cui prestigio davano lustro al loro esilio e al loro impegno civile.

Esempio di questa visione politica della Commedia è un’edizione del 1848 – posseduta dalla Biblioteca – commentata da Giosafatte Biagioli, insegnante di lingua e letteratura italiana a Parigi dal 1799, lì rifugiatosi dopo essere stato Prefetto della Repubblica Romana. Il suo commento alla Commedia, edito per la prima volta a Parigi tra il 1818 e il 1819, è parte di una collana di classici italiani pubblicati in proprio dall’autore per i lettori francesi che ebbe molto successo e gli assicurò un grande prestigio, confermato dalla fortuna di una Grammatica della lingua italiana che contribuì ulteriormente alla diffusione della nostra lingua in Francia.

Nel commento di Biagioli a prevalere non è il sentimento romantico ma l’aspetto dell’impegno civile e politico di Dante, il legame al comune destino di esuli e la preoccupazione per le sorti dell’Italia; sostenuta da una vigorosa preparazione letteraria e storico-critica propedeutica alla stesura, l’edizione a cura di Biagioli, rispetta con precisione lo stile dantesco e opera una completa rivalutazione del Purgatorio e del Paradiso.
L’edizione della Biblioteca, una ristampa del 1848, è dedicata al Conte Luigi Emanuele Corvetto, giurista e politico ligure naturalizzato francese, ministro sia sotto Napoleone sia durante la Restaurazione; le tre cantiche, in italiano, sono precedute da una prefazione con commento per i lettori, mentre i canti sono introdotti da un breve riassunto e commentati a piè di pagina.

Lo Inferno della Commedia di Dante Alighieri / col comento di Guiniforto delli Bargigi tratto da due manoscritti inediti del sec. decimo quinto ; con introduzione e note dell’avv. G. Zacheroni. – Marsilia : Mossy ; Firenze : Molini, 1838. – 766 p., [10] c. di tav. : ill. ; 25 cm.
Riproduzione di un esemplare conservato alla Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III di Napoli.

Inferno. Purgatorio. Paradiso, poema di Dante. –  Parigi : Cazin, 1787. – 3 volumi in-12.
Riproduzione di un esemplare conservato alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze: Purgatorio; Paradiso.

La Divina Commedia di Dante Alighieri col comento di G. Biagioli. – Parigi : dai torchi di Dondey-Dupre, 1848. (Collocazione: Sala 1 L 5 27-28-29). Prima edizione 1818

La Divine Comédie de Dante Alighieri : traduction nouvelle accompagnée de notes par Pier-Angelo Fiorentino. – Treizième èdition. – Paris : Librairie Hachette et C., 1887. (Collocazione: Salone Cass 4 G 2 11). Edizione 1846

La Divine Comédie / Dante Alighieri; traduction par M. Henri Dauphin (conseiller a la cour d’Appel et membre de l’Académie d’Amiens, Chevalier de la Légion d’Honneur 1842-1848. – Publication posthume. – Paris : Armand Colin et C.le, editeurs, 1886. (Collocazione: Salone Cassapanco 4 H 6 24). Riproduzione di un esemplare della Bibliothèque Nationale de France

EDIZIONI CITATE

L’Enfer / Dante Alighieri ; traduit par le comte Antoine de Rivarol

L’enfer : poèmes en XXXIV chants. Tome 1 / Dante Alighieri ; traduit par Rivarol ; [publ. par N. David]

Histoire littéraire d’Italie. T1 / par P.-L. Ginguené. – (Paris) : 1824

La divine comédie (Nouvelle édition) / Dante Alighieri ; traduction de Artaud de Montor ; illustrations de Yan Dargent

Oeuvres : La divine comédie ; (précédé de) La vie nouvelle (Nouv. éd. rev. corrigées et annotées par les traducteurs) / de Dante Alighieri ; trad. de A. Brizeux ,… [et] de E.-J. Delécluze ; [avec] une étude sur “La divine comédie” par G. Labitte,… 1881

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La Divina Commedia nelle annotazioni di Torquato Tasso

Un aspetto particolarmente avvincente ed intrigante da indagare in relazione a Dante Alighieri è quello relativo alla fortuna delle sue opere presso gli uomini di lettere dei secoli successivi. Per Bergamo, e specificamente per la Biblioteca Angelo Mai, assume un particolare significato la considerazione avuta da Torquato Tasso per le opere dantesche sia attraverso l’analisi della produzione letteraria, per rintracciarne riprese, echi e suggestioni, sia mediante l’esame di fonti che ci restituiscono in modo più esplicito la considerazione di Tasso per il padre della letteratura italiana. Da quest’ultimo punto di vista un’evidenza particolare è data dai suoi postillati ad opere dantesche, che consentono di indagare non solo il rapporto fra i due letterati, ma anche di ricostruire, seppure in maniera parziale e approssimativa, quella che doveva essere la sua biblioteca, di per sé cangiante, caratterizzata spesso da prestiti, abbandoni, ritrovamenti e rispecchiante dunque la travagliata e avventurosa biografia di Torquato Tasso.

Un nucleo particolarmente significativo è stato individuato nel fondo Barberiniano, oggi alla Biblioteca Apostolica Vaticana, con ben 52 esemplari a stampa postillati dal letterato sorrentino, con opere di autori antichi e moderni, due dei quali relativi alla Divina commedia nelle edizioni veneziane di Giovanbattista Marchio Sessa & Fratelli del 1564, e di Pietro da Fino del 1568. Si tratta di uno spezzone della biblioteca posseduta dal poeta durante l’ultimo periodo romano. In occasione dell’importante convegno su Tasso e l’Europa, promosso dall’Università degli Studi di Bergamo, svoltosi fra il 24 e il 26 maggio 1995, fu organizzata una mostra, nell’Atrio scamozziano della Biblioteca, con l’esposizione eccezionale di ben 12 dei 52 suddetti esemplari barberiniani.: fra di essi il postillato tassiano relativo all’edizione della Commedia Sessa 1564.

Gli studi hanno portato ad identificare, in particolare, sei esemplari a stampa contenenti chiose o postille autografe (o probabilmente autografe) di edizioni del Convivio e della Commedia. Per quanto riguarda il Convivio si segnalano due esemplari, relativi ancora a edizioni veneziane: Sabio 1521 e Sessa 1531. Quest’ultimo, le cui postille tassiane erano note agli studiosi da fonti secondarie, è stato rintracciato in tempi recentissimi presso la Van Pelt Library della University of Pennsylvania di Philadelphia.

Per quanto riguarda la Commedia ci sono noti quattro esemplari postillati relativi a tre edizioni. Due di essi si riferiscono all’edizione veneziana di Gabriel Giolito de Ferrari e fratelli del 1555 (uno conservato presso la Biblioteca Angelica di Roma, l’altro presso la Medicea Laurenziana di Firenze): si tratta della prima edizione nella quale compare per la Commedia dantesca l’aggettivazione ‘Divina’ nel titolo. Gli altri due esemplari, Sessa 1564 e Da Fino 1568, appartengono, come si è detto, al fondo Barberiniano. Sull’esemplare Da Fino 1568 gli studiosi non hanno ancora fugato del tutto i dubbi sulla reale autografia delle postille, le quali sono, per altro, del tutto coerenti dal punto di vista stilistico e contenutistico con la Weltanschauung tassiana. Due esemplari di questa edizione sono anche conservati presso la Biblioteca Angelo Mai. Uno di essi ha anche una splendida legatura in marocchino con decorazioni a secco e in oro e tagli dorati e cesellati (segnatura: Cinq 4.175).

Particolarmente significativo l’esemplare Giolito 1555 della Biblioteca Angelica perché contiene annotazioni solo per i primi 24 canti dell’Inferno. Si tratta dell’esemplare che Tasso ebbe modo di analizzare durante il suo soggiorno a Pesaro e improvvisamente abbandonato in quella città allorquando fuggì alla volta di Torino sentendosi perseguitato. Gli studiosi hanno stabilito che si tratta della più remota testimonianza di Tasso postillatore di Dante: vi si trovano annotazioni, per lo più concise e discontinue, che tradiscono la sua attenzione per verbi, aggettivi, scelte lessicali e stilistiche, ma che verranno poi riprese e ampliate successivamente come è testimoniato dagli altri tre esemplari postillati superstiti con riferimenti più pregnanti in ambito linguistico, filosofico, morale. Sostantivi, aggettivi, paragoni, metafore sono studiati nel progressivo innalzarsi del livello stilistico dall’Inferno al Paradiso.
Fra i primissimi studiosi che si sono occupati esplicitamente dell’influenza di Dante su Tasso, e che si sono preoccupati di rintracciare le relative fonti documentarie, va segnalato Pierantonio Serassi, il quale, nella sua Vita di Torquato Tasso pubblicata per la prima volta a Roma nel 1785, e del quale la Biblioteca Mai conserva un prezioso esemplare, vi fa esplicito riferimento.

Infatti, nell’appendice dedicata al Catalogo de’ manoscritti, dell’Edizioni, e delle Traduzioni in diverse lingue dell’Opere di Torquato Tasso, Serassi propone vari riferimenti a postillati tassiani da lui identificati. In particolare alle pagine 538-539 segnala l’esemplare Giolito 1555 «fregiato di postille dal nostro grand’Epico», allora presso la Libreria Giordani di Pesaro, il codice della Biblioteca Chigiana con la trascrizione delle annotazioni tassiane allo stesso esemplare e, sempre nella Libreria Giordani, un esemplare del Convivio: si tratta di quello relativo all’edizione Sessa 1531 ritrovato recentemente negli USA, come si è detto. Serassi riferisce anche dell’annotazione sul frontespizio: «postillato dal Tasso nel 1578».
Qui l’edizione della Vita di Torquato Tasso di Serassi.

La Biblioteca Mai conserva un esemplare a stampa in tre volumi di un’importante edizione storica della Divina Commedia con la proposta, in calce, delle chiose e postille tassiane riprese dagli esemplari Sessa 1564 e Da Fino 1568 e delle trascrizioni delle annotazioni dell’esemplare Giolito 1555 della Biblioteca Angelica, al tempo dato per perduto, presenti in manoscritti del fondo Chigi (quello segnalato da Serassi) e Barberini.
Si tratta di un’edizione del 1830: Dante Alighieri, La Divina Commedia postillata da Torquato Tasso, Pisa, Didot, 1830 (segnatura: Tassiana I 7.22/1-3).

L’esemplare è stato donato dall’avvocato Luigi Locatelli, il quale, fra il 1922 e il 1932, omaggiò la Biblioteca Civica di Bergamo della sua ricca collezione di edizioni di opere di Torquato e Bernardo Tasso o d’argomento tassiano, per oltre 1100 esemplari, e delle migliaia di schede di una Bibliografia tassiana, da lui elaborata in un ventennio di ricerche, volta al censimento delle edizioni tassiane presenti nelle biblioteche di tutto il mondo e corredata da numerose annotazioni, a tutt’oggi consultata dagli studiosi tassisti.
L’edizione pisana del 1830 è di pregevole fattura come ci si aspetta da un editore della statura di Firmin Didot, noto per la creazione di nuove forme di caratteri e per il progresso tecnico nell’arte tipografica. Vi compaiono i ritratti a piena pagina, in calcografia, di Dante e di Tasso.

Viene dichiarata una tiratura di 166 copie in carte di vario pregio e una in pergamena.
La lettera ai lettori è firmata da Giovanni Rosini, poeta, romanziere, drammaturgo e accademico, noto soprattutto per aver scritto il romanzo La monaca di Monza, pubblicato nel 1829, ma anche autore di alcuni drammi fra i quali proprio un Torquato Tasso nel 1832.
Nella lettera riferisce di aver riportato a piè di pagina tutte le dichiarazioni o osservazioni tassiane mettendo in corsivo le frasi e le parole che particolarmente impressionarono Torquato Tasso: «S’incontreranno pure qua e là poche varie lezioni proposte, che meritano d’esser considerate; come di considerazione degnissime mi sembrano le altre poche avvertenze, dalle quali apparisce quel che l’ingegno del Tasso trovava d’umano talvolta nei versi del divino poeta».
Segue un contributo del curatore Luigi Maria Rezzi A Giovanni Rosini professore d’eloquenza nella Università di Pisa, con il quale si entra nel merito delle numerose allusioni alla Commedia nella Gerusalemme liberata che tradiscono un attento studio del poema dantesco da parte del Tasso. Si citano studiosi precedenti che già avevano affrontato la questione del rapporto di Tasso con Dante e fra questi Pierantonio Serassi, del quale si riportano le osservazioni in merito ai postillati. Si dà quindi conto delle fonti a stampa e manoscritte considerate, contenenti le postille tassiane.
L’anno successivo questa edizione verrà riproposta per il volume XXX delle Opere di Torquato Tasso con le controversie sulla Gerusalemme, poste in miglior ordine, Pisa, Capurro, 1821-1833.

L’edizione Pisa 1830 è la prima a proporre un diretto confronto fra diversi postillati tassiani alla Commedia. Il suo pregio è quello della facile consultazione e dell’agile confronto, pagina per pagina, fra le postille e le chiose in relazione al testo dantesco.
Il difetto, agli occhi degli studiosi e dei filologi di oggi, riguarda i criteri di restituzione delle annotazioni tassiane che presentano qui parecchi adattamenti, come lo scioglimento delle abbreviazioni, la modernizzazione dell’uso della punteggiatura, l’evidenza di alcune omissioni. Per di più l’edizione scelta per il testo della Commedia non è fra quelle postillate dal Tasso, ma l’edizione degli Accademici della Crusca (Firenze, Domenico Manzani, 1595, che fu più volte ripresa e ristampata con emendamenti anche nei primi decenni dell’Ottocento). Manca anche qualsiasi nota esplicativa che dia conto dei criteri adottati.
Questa edizione si configura quindi oggigiorno più come significativa e pregevole testimonianza storica che come reale fonte di studio.